il voto in umbria

Umbria: la disfatta M5S, l’assedio a Di Maio e il nodo del rapporto con Conte

La prima reazione a caldo sul blog delle Stelle: esperimento fallito, stop alleanze con il Pd. Ma contro il leader pentastellato si muovono tanti big, da Lezzi a Dino Giarrusso: «Ora un’assemblea, non può decidere uno solo»

di Manuela Perrone


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4' di lettura

La sconfitta era attesa, ma non di queste proporzioni. Quel 7,41% ottenuto dal M5S in Umbria, tre punti sotto Fratelli D’Italia e circa la metà dei consensi nella regione rispetto alle europee, condanna il Movimento a un surplus di sforzi per recuperare terreno. E per tenere compatto un gruppo parlamentare già in rivolta. Con il nodo dei rapporti del leader Luigi Di Maio con il premier, Giuseppe Conte, tutto da sciogliere.

Il prezzo pagato dal M5S
La nave Cinque Stelle, già pesantemente in acque agitate dopo i 15 mesi di alleanza con la Lega, finisce per affondare in terra umbra. Nonostante il taglio dei parlamentari, nonostante la battaglia per strappare pene più alte per i grandi evasori, nonostante un’agenda che dall’ex Ilva al “no” a qualunque ritocco dell’Iva sia stata dettata proprio dal Movimento. Il M5S paga a caro prezzo l’abbraccio con il Pd, tardivo e mal digerito sul territorio dove fino all’estate si attaccava «il partito di Bibbiano» e il malaffare in Umbria. Sconta i ritardi nella riorganizzazione interna, che riescono nell’impresa di coagulare dissensi eterogenei, dalla rabbia degli esclusi dal Governo (da Barbara Lezzi a Danilo Toninelli, fino a Giulia Grillo) ai nostalgici del passato. Fa correre al Movimento il pericolo concreto di ridursi a un partitino che non riesce più a intercettare la “massa”: il 32,7% delle politiche del 2018 sembra un miraggio.

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La reazione a caldo: stop alle alleanze
La prima reazione dei vertici M5S, attraverso il blog delle Stelle, è di chiusura alle intese future. «Il patto civico per l’Umbria lo abbiamo sempre considerato un laboratorio, ma l’esperimento non ha funzionato», il primo affondo. «Il Movimento nella sua storia non aveva mai provato una strada simile. E questa esperienza testimonia che potremo davvero rappresentare la terza via solo guardando oltre i due poli contrapposti». I Cinque Stelle tornino a fare i Cinque Stelle, è il senso. Che ipoteca la via per il prossimo appuntamento cruciale: le elezioni in Emilia Romagna a fine gennaio.

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La rivolta interna, da Lezzi a Mario Michele Giarrusso
Ma il corpo pentastellato è tutt’altro che granitico. L’ex ministra Lezzi, su Facebook, rilancia la proposta di convocare un’assemblea: «In Umbria non siamo stati alternativa. Non siamo stati il cambiamento di cui c’è ancora estrema necessità. Siamo sfuggiti alla responsabilità politica. Questo è un dato di fatto di cui tutti dovremmo farci carico e avremmo il dovere di assecondare la necessità di un confronto costruttivo per individuare alternative, ormai, indispensabili». La presidente della commissione Finanze della Camera, Carla Ruocco, ribadisce la sua ricetta: «Occorre puntare sulle competenze, che nel M5S ci sono ma non sono utilizzate al meglio». Durissimo il senatore Mario Michele Giarrusso, che fa nomi e cognomi: «Ogni volta che un attivista vede uno Spadafora, un Buffagni o una Castelli, viene colto da conati di vomito e fugge via disgustato. Dobbiamo dire basta a questi frutti avvelenati e a chi li ha coltivati, sostenuti e difesi». La sua linea è opposta a quella ufficiale: la fine del patto M5S-Pd «non mi risulta, il Movimento è una forza democratica, se decidesse uno solo sarebbe un grosso guaio».

Su Di Maio le ombre di Conte e di Renzi
Di Maio è tra due fuochi, anzi tra tre. Finora ha privilegiato la dimensione di Governo, come dimostra la giustificazione sul blog: «Noi non siamo nati per inseguire il consenso, bensì per portare a casa i risultati. Continuiamo a lavorare umilmente, rispettando gli impegni e mettendoci al servizio». Ma deve guardarsi le spalle, non solo dai suoi. C’è la figura di Conte che getta un’ombra sulla sua leadership, seppure neanche il presidente del Consiglio (con la photo opportunity e la tappa umbra di Perugia e Narni) sia riuscito a far guadagnare qualche punto alla coalizione di maggioranza che sosteneva il candidato civico Vincenzo Bianconi. C’è il pressing di Matteo Renzi e della sua Italia Viva, che considerano proprio la foto di gruppo «un errore» che non ha fatto recuperare consenso e l’accordo «sbagliato nei tempi e nei modi».

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Il bivio M5S: sopravvivere da soli o blindarsi con Conte
È questo magma che rischia di far esplodere il Governo, con la manovra economica da approvare in Parlamento e la riforma della giustizia che vede lontani i partiti di maggioranza. Conte prova a scongiurare valanghe sull’Esecutivo: «È un test da non trascurare, ma noi siamo qui a governare con coraggio e determinazione, il nostro è un progetto riformatore per il Paese. Se non avessimo coraggio e lungimiranza sarebbe meglio andare a casa tutti». Un messaggio innanzitutto al M5S, che è a un bivio: scegliere se andare avanti aderendo al «comune sentire nel Governo» invocato dal vicesegretario dem Andrea Orlando (e facendo scudo a Conte, nel mirino della Lega, insieme a Nicola Zingaretti, a costo di ridimensionare Di Maio) oppure imboccare la «terza via» accentuando i distinguo e le fibrillazioni. E accettando di consegnare alla Lega di Matteo Salvini anche l’Emilia. Per dirla con un parlamentare pentastellato che sposa la tesi di Di Maio «è meglio andare da soli: si consegna alla destra pure un’altra regione rossa ma un M5S che torna di lotta, con un candidato bandiera, almeno sopravvive».

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