le parole del management

La disruption è di moda, ma spesso viene confusa con l’accelerazione tecnologica

Il vero cambiamento richiede una completa riscrittura dell’insieme più ampio delle conoscenze e dei modi di organizzarle

di Giovanna Prina *


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(REUTERS)

4' di lettura

La parola disruption sta diventando da qualche tempo sempre più presente nei convegni, nelle presentazioni, nelle conversazioni legate al business. Il suo significato è «rottura» e indica cambiamenti repentini che portano a modi nuovi e differenti, rispetto al passato, di fare, pensare o interpretare ciò che ci circonda. Il termine è oggi spesso collegato all’innovazione e al mondo della tecnologia digitale.

La «disruptive innovation» ad esempio, per il professore di Harvard Clayton Christensen che ha coniato il termine, è l’effetto di una nuova tecnologia, o di un nuovo modo di operare su un modello di business, che porta a modificare completamente la logica fino a quel momento presente nel mercato, introducendo comportamenti e interazioni nuove e rivoluzionando quindi le logiche correnti. L’impatto di una innovazione di rottura è, sempre per Christensen, in qualche modo imprevedibile: puoi definirla “disruptive” solo dopo che ne hai visto riconoscere in modo diffuso il valore e portare reali cambiamenti nel modello in cui si è inserita.

La disruptive innovation è l’effetto di una nuova tecnologia, o di un nuovo modo di operare su un modello di business, che porta a modificare completamente la logica fino a quel momento presente nel mercato

Nel mondo aziendale il termine fa quindi riferimento a cambiamenti in qualche modo inaspettati nel modo di funzionare di un business, definiti soprattutto grazie alle potenzialità offerte dalla tecnologia. Ne è un esempio Amazon, che diventa fornitore di contenuti televisivi quando ci eravamo appena abituati a considerarlo un fornitore di prodotti on line; oppure WhatsApp, che cambia il modo di comunicare tra le persone e rivoluziona il mercato dei gestori di telefonia. O ancora AirB&B, che modifica il modo di organizzare i nostri viaggi e trasforma il modello di business alberghiero. L’elenco è lungo e si potrebbe andare avanti per ore, ma torniamo alla parola disruption.

Il termine in sé è antico ed è collegato al nostro modello di evolvere, di crescere e cambiare. Siamo sempre andati avanti attraverso e grazie a disruption. Il mondo scientifico usa da secoli la formula del «cambiamento di paradigma» per riferirsi a un insieme di teorie e assunti scientifici che non risulta più valido perché è intervenuto qualcosa che ha stravolto il senso dato fino a quel momento, mettendo in discussione le conoscenze e le prassi precedenti. Non è solo la tecnologia quindi, ma l’insieme più ampio delle conoscenze e dei modi di organizzarle e utilizzarle che determinano i momenti “disruptive”.

L’uomo primitivo che impara a coltivare la terra e da nomade diventa stanziale crea una disruption; l’avvento della scrittura è una disruption nei modelli di organizzazione delle conoscenze; la presenza delle donne nelle fabbriche durante e dopo le grandi guerre è una disruption nel modello sociale; i comportamenti di Ghandi sono una disruption nel fare politica o, ai giorni nostri, le azioni di Greta saranno forse una disruption nelle logiche decisionali della politica.

Mettere in discussione e modificare lo status quo è la modalità attraverso cui ci siamo sempre evoluti, accettando momenti di rottura e sollecitando nuovi paradigmi, che hanno cambiato il nostro modo di interpretare la realtà, i nostri valori e le nostre azioni. Oggi siamo solo molto più immersi in momenti di cambiamento, grazie alle potenzialità offerte dalla tecnologia, e poichè siamo incalzati ogni giorno da una potenziale disruption dietro l’altra, ne siamo come un po’ ubriacati e ogni tanto facciamo confusione. Facciamo cioè fatica a capire se stiamo assistendo ad una reale trasformazione oppure se stiamo solo sfruttando delle potenzialità tecnologiche, senza indirizzarle verso un’evoluzione e a un cambio di paradigma.

Quando manteniamo lo stesso modello di pensiero e usiamo la tecnologia per renderlo più efficiente, non stiamo facendo una disruption e non stiamo facendo evoluzione. Stiamo solo accelerando. La robotica, ad esempio, sta stravolgendo e portando disruption in molti campi, offrendo a noi umani cose meravigliose: per interventi chirurgici, per modificare logiche di lavoro defatiganti, per migliorare la vita in generale. Quando però sento, come mi è capitato ad un convegno sull’intelligenza artificiale, che la robotica può essere proficuamente utilizzata per controllare i nostri figli negli asili nido, a volte lasciati inconsapevolmente in mano a insegnanti non adeguate, o i nostri anziani per non correre il rischio di lasciarli in balia di badanti indifferenti, penso ci stiamo allontanando dalla logica disruptive. Nell’esempio portato restiamo dentro al paradigma di controllo e di difesa, di pericolo e di sfiducia; e tra l’altro non stiamo cambiando molto rispetto a ciò che si faceva anni fa, quando si nascondeva l’interfono per controllare la bontà della babysitter.

Per fare disruption non dovremmo anche cambiare il paradigma e far evolvere il nostro pensiero?
Diversamente si rischia di fare come succede sempre più spesso nei condomini quando, per paura di vedere persone poco raccomandabili in cortile o di aprire porte a persone non conosciute, si inizia a parlare di telecamere di sicurezza, di allarmi e di sensori. «La tecnologia c’è e non costa neppure tanto. Si può realizzare il sistema velocemente. Almeno così cambiamo le cose!», viene detto tra i condomini. E per trovare una soluzione non si pensa di modificare il modello o il paradigma: ad esempio, cercando di rendere il condominio e il quartiere più piacevole da un punto di vista sociale, organizzando feste tra gli inquilini, aprendo le porte e cercando di costruire una cultura più rivolta alla socialità e allo scambio, invece che alla difesa.

Credo che per evolverci ancora non serva solo accelerare. Se si accelera troppo si sbanda. Aumentiamo la velocità, anche di molto, ma indirizziamo il timone verso una reale disruption, anche culturale e comportamentale, non solo tecnologica.

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