la guerra sul deficit

La distanza che separa economia e politica

di Sergio Fabbrini


(Marka)

4' di lettura

Sembra di assistere all’inizio di una guerra seppure condotta con altri mezzi. L’oggetto della contesa è la percentuale di deficit rispetto al Pil prevista dalla nostra legge di stabilità per il 2019. Il governo ha deciso di varare una “manovra del popolo” con un deficit del 2,4 per cento (di gran lunga superiore all’1,6 per cento di già concordato con la Commissione europea).

Una decisione che i ministri Cinque Stelle hanno festeggiato affacciandosi addirittura al balcone di Palazzo Chigi, esultando per aver sconfitto il ministro dell’Economia e delle Finanze del loro stesso governo (che invece voleva rispettare l’accordo preso con Bruxelles). Dopo quella decisione, la Borsa di Milano ha registrato un calo, lo spread è salito fino a 280 punti e l’irritazione dei nostri partner europei si è fatta sentire. Come in tutte le guerre, anche in questa si scontrano due argomenti.

Da una parte, c’è l’argomento politico sostenuto dai due vice-primo ministro del nostro governo: quella manovra è necessaria per rispondere alle richieste della maggioranza degli elettori che hanno votato i loro partiti il 4 marzo scorso. Dall’altra parte, c’è l’argomento economico sostenuto dai critici del governo: quella manovra è destinata a mettere in discussione gli equilibri finanziari del Paese, attivando la inevitabile reazione negativa dei mercati oltre che della Commissione europea. Entrambi gli argomenti sono plausibili, ma le loro implicazioni sono diverse. Vediamo perché.

Lo scontro tra i due argomenti mette in luce un’incongruenza tra politica ed economia che è divenuta strutturale. Essa è dovuta alla governance dell’Eurozona che si è istituzionalizzata dal Trattato di Maastricht (1992) in poi. In quel Trattato si decise di dare vita ad una moneta comune senza (però) un governo comune. Si è centralizzata la politica monetaria (attraverso la Banca centrale europea), ma si è decentralizzata la politica economica (fiscale e di bilancio), lasciandone il controllo ad ogni singolo stato membro dell’Eurozona. Tuttavia, per prevenire la possibilità dell’azzardo morale all’interno di quest’ultima (uno stato spende più di ciò che ha, assumendo che siano gli altri stati a pagarne i debiti), si decise di contenere l’autonomia finanziaria degli stati attraverso un Patto di stabilità che fissasse precise regole macro-economiche (di deficit e debito rispetto al Pil) che ogni stato avrebbe dovuto rispettare. La crisi del dopo-2008, accentuando le divergenze di interessi tra gli stati, ha finito per accentuare anche la loro sfiducia reciproca. Sfiducia che ha condotto a una serie di nuovi Trattati e misure legislative per rendere ancora più rigido e centralizzato il controllo delle politiche di bilancio dei singoli stati dell’Eurozona. È questa governance che ha generato l’incongruenza tra economia e politica. Le decisioni di politica economica sono condizionate da regole sovranazionali, mentre le scelte di politica governativa sono definite dagli elettorati nazionali. Per dirla con Vivien Schmidt, la policy è emigrata a Bruxelles, mentre la politics è rimasta (nel nostro caso) a Roma.

È dunque comprensibile l’argomentazione politica dei nostri due vice-primo ministro. Anche i governi precedenti (di Silvio Berlusconi e di Matteo Renzi) avevano criticato «la tirannia dello zero virgola». Dopo tutto, in democrazia, la politics serve per soddisfare gli interessi degli elettori che ti hanno mandato al governo. Tuttavia, nell’Eurozona, le cose non funzionano così. Rispondere alle richieste dei propri elettori incrementando il deficit di un Paese tra i più indebitati (come è il nostro) costituisce un azzardo morale che gli altri stati (che condividono la moneta comune) non possono accettare. Per questo motivo, essi spingeranno la Commissione ad intervenire (come è richiesto dai Trattati e dalle leggi approvate nel decennio della crisi) per sanzionare l’Italia. E sanzioni ancora più severe proverranno dai mercati finanziari, con il rialzo degli interessi per comprare un debito pubblico (come il nostro) considerato sempre meno sostenibile. Così, se l’argomentazione politica è comprensibile, essa è però del tutto ingiustificabile sul piano economico. Occorre riconoscere l’incongruenza tra le scelte politiche e le decisioni economiche. Esse si formano in contesti diversi (le scelte politiche nelle elezioni nazionali, le decisioni economiche nelle arene sovranazionali) e riflettono esigenze distinte (le scelte politiche quelle degli elettori, le decisioni economiche quelle dell’interdipendenza tra gli stati). Una matassa aggrovigliata. Come riordinarla?

Di qui le diverse implicazioni politiche dei due argomenti. È ipotizzabile che i nostri due vice-primo ministro vedano con favore il conflitto con la Commissione europea (oltre che con i mercati finanziari) perché esso aiuterebbe la loro campagna per la prossima elezione del Parlamento europeo (maggio 2019). Quel conflitto mostrerebbe la necessità che l’Italia si allontani da «una Europa maligna che si preoccupa dei numerini e non dei cittadini» (come è stato detto). Che lo si riconosca o meno, la radicalizzazione dell’argomento politico è destinata a mettere in discussione la collocazione dell’Italia nell’Eurozona. Un esito che i sostenitori dell’argomento economico fanno bene a contrastare. Una manovra che fa crescere il deficit (incrementando, peraltro, la spesa assistenziale e non quella per gli investimenti) è economicamente irresponsabile (per l’Italia oltre che per l’Eurozona). È pertanto necessario richiamare il rispetto delle regole che l’Eurozona si è data (anche con il nostro consenso), ma non è sufficiente. Quelle regole vanno rispettate ma anche riformate. L’incongruenza tra l’economia e la politica (ha argomentato Charles Lindblom già nel 1977) è una delle cause della crisi delle democrazie liberali. Insomma, se nel breve termine occorre difendere l'argomento economico, nel medio termine sarebbe bene bene non dimenticare l'importanza di quello politico.

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