Indagini e atti dovuti

La divaricazione tra diritto e giustizia che frena le imprese

di Federico Maurizio d'Andrea

(BrunoWeltmann - stock.adobe.com)

3' di lettura

Summum ius, summa iniuria è uno di quegli antichi brocardi che spesso vengono dimenticati e che, invece, dovrebbero essere ricordati a chi si occupa di esercitare la giustizia. Ritorno su un argomento in parte già affrontato, per rimarcare che non è semplice fare azienda – così come ricoprire una carica pubblica – se si è costretti a convivere con la spada di Damocle dell’ormai famigerato “avviso di garanzia”.

Alcuni pigri inquisitori, giustificano la loro attività in virtù di un richiamo all’avviso di garanzia come corollario dell’obbligatorietà dell’azione penale, con ciò dimenticando i princìpi dell’ordinamento giuridico di un Paese democratico per i quali l’avviso di garanzia deve considerarsi come un “atto dovuto” solo in coincidenza di elementi sufficienti (oserei dire, molto più che sufficienti) a motivare la necessità che il soggetto sappia che nei suoi confronti si stanno svolgendo indagini.

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Quest’ultime devono recuperare un senso di accuratezza e ponderazione: non può essere questo il caso di indagini basate solo su dichiarazioni anonime, magari pubblicizzate in Tv da persone mascherate, con la voce contraffatta e amplificate da qualche leguleio, che solo inquirenti tanto solerti quanto approssimativi possono considerare sufficienti per far scattare l’informazione di garanzia.

In un caso del genere si evidenzia proprio la summa iniuria perpetrata da chi, con stolta ostinazione e venendo meno alla missione di terzietà, reputa di applicare regole ipotizzate con finalità ben differenti: con ciò contraddicendo, tra gli altri, quella pacata e distaccata “ragionevolezza” che, pure, è a monte di ogni sentimento di giustizia e che serve proprio a impedire che la formalistica applicazione di un istituto di diritto conduca a una sostanziale disapplicazione del concetto di giustizia.

Il principio del giusto processo (111 Cost) è così alto che deve permeare ogni attività giurisdizionale, fin dal suo sorgere: come non ci può essere condanna se non in presenza di prove che vadano oltre ogni ragionevole dubbio, così non si devono portare avanti – anzi, si ha il dovere di interrompere – indagini nei confronti di chicchessia quando emergono elementi di estraneità ai fatti delle persone su cui si indaga.

È difficile fare azienda senza la certezza della imparzialità della giustizia: l’avviso di garanzia non può trasformarsi in una insensata “informazione di pena” (almeno mediatica).

Il diritto non è funzione del potere di chi lo esercita, ma garanzia della civile convivenza di comunità sempre più allargate e, come tali, vieppiù difficili da inquadrare in valori condivisi: ma è in queste difficoltà che si dovrebbero esaltare le funzioni tanto dei regolatori, quanto di chi sia chiamato a esercitare, caso per caso, giustizia.

Per evitare che quest’ultimo si trasformi in un “creatore” di norme, sarebbe necessario che le stesse fossero ben redatte e comprensibili: solo così si potrà parlare di norme “certe”.

È questo il motivo principale che induce a ritenere che le leggi debbano essere meditate e non dettate da una continua rincorsa dell’emergenza e della contingenza (salvo i casi in cui questo sia strettamente necessario). Ed ecco anche perché è indispensabile ristabilire un equilibrato rapporto tra comunità, sistema politico e leggi in vigore: che è un modo per ribadire l’urgenza di tornare al corretto dispiegarsi tra i due poteri dello Stato (legislativo ed esecutivo) e l’ordine giudiziario (che potere non è, né deve essere).

La trasformazione (rectius, l’autotrasformazione) dell’ordine giudiziario in potere è forse l’effetto più visibile della debolezza della società civile e del sistema politico: vale la pena ricordare che l’applicazione meccanica di una norma non può trasformarsi in un diniego sostanziale del principio della ragionevolezza, perché così si contribuirebbe a rinviare la costruzione di una società in cui la giustizia sia percepita come valore e non come fonte di paura.

Parafrasando Pascal, chiunque, ma soprattutto chi fa azienda (e chi ricopre cariche pubbliche), ha bisogno di sapere che la propria forza consiste nel fare ciò che è giusto e che mai sarà vittima di chi contrabbanda la propria forza posizionale come giustizia, senza, peraltro, mai rispondere dei propri errori e, a volte, delle proprie nefandezze, da cui originano danni reputazionali di difficile calcolabilità e, a volte, con effetti esiziali.

La divaricazione tra diritto e giustizia è sintomo, non sottovalutabile, di una crisi, grave, della tenuta democratica di una comunità che presuppone il contrasto di ogni abuso, ogni ingiustificata espressione di forza illegittima, ogni prepotenza. Per questo è necessario che chi amministra la giustizia, chi è chiamato ad applicarla impersonifichi quella imparzialità e quella trasparenza comportamentale che non possono essere considerati vuoti enunciati costituzionali ma che, per troppi, sono regole dimenticate nelle aule universitarie.

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