letteratura

La divorante passione per l'arte di Giuseppe Ungaretti

Quest’anno corre il cinquantenario della morte del poeta

di Alberto Fraccacreta

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Giuseppe Ungaretti (Ansa)

Quest’anno corre il cinquantenario della morte del poeta


4' di lettura

Approfittiamo del cinquantesimo anniversario dalla scomparsa di Giuseppe Ungaretti per dar risalto a un aspetto poco conosciuto di questo grande poeta: la sua divorante passione per l'arte figurativa, sfociata in alcuni scritti critici di notevole interesse. I suoi articoli su Fautrier, Burri e Michaux (variamente raccolti in Vita d'un uomo. Saggi e interventi, Mondadori 1986; Ungà. Giuseppe Ungaretti e l'arte del XX secolo, Nomos 2014) sono fondamentali per comprendere gli incroci e gli interstizi dell'informale dal punto di vista del letterato colto, dall'occhio smaliziato, il pensiero rigorosamente indirizzato all'intuizione poetica.

Fenomenali, poi, sono le notazioni ungarettiane su quello che probabilmente fu il suo pittore preferito, Jan Vermeer. Si pensi a questa intensa descrizione della Merlettaia (1670): «È china sul suo lavoro. È sguardo che si concentra, è assenza da tutto il rimanente che non sia quel lavoro, quel moto di dita che i fili annodano in trame leggiadre? Dita e sguardo non cesseranno mai di muoversi, di quel loro moto che si muove fermo per sempre. L'idea dell'infinità, d'una familiarità con il silenzio [...]; l'idea d'un'esistenza immutabilmente, felicemente quotidiana». Ciò che Ungaretti apprezzò di più in Vermeer fu la rappresentazione della luce, «quell'assolutezza di colore» che in parte egli cercava nell'essenzialità del suo dettame. La lirica ridotta all'osso — tipica dell'ermetismo — era diretta a una diafanità espressiva che ben si accordava agli improvvisi squarci delle tele olandesi.

Evoluzione letteraria

Le tappe dell'evoluzione letteraria di Ungaretti sono rapidamente riassumibili: nel '16 pubblica Il porto sepolto, tre anni dopo Allegria dei naufraghi che ingloba in una sezione la precedente silloge. Nel '31 rimaneggia i primi esiti nel volume complessivo L'Allegria (che sarà ulteriormente limata nel '42). È qui che il simbolismo francese si sposa ai tragici quadri della Prima guerra mondiale, per i quali l'autore originario di Alessandria d'Egitto cesella rapidi e incisivi brandelli fumiganti di ardore. Al '33 risale l'altro grande polo della lirica ungarettiana, Sentimento del Tempo: nel frammezzo ('28), evento per certi versi decisivo, si converte alla fede cattolica; i nuovi testi sono infatti straorzati da un evidente afflato religioso che nell'Allegria era appena abbozzato (impossibile dimenticare Mattina, «M'illumino/ d'immenso»). Nel Sentimento l'ermetismo si fa barocco, trova la sua maniera: la tecnica consolidata si amplia in una tenaglia metrica (sono recuperati endecasillabi e settenari) ancora irosa, ma più ordinata e prevedibile (torna la punteggiatura).

Di converso, l'assolutezza biografica della prima fase lascia spazio a temi universali, nei quali la “parola nuda” si riveste, lasciando indietro la paratassi e il nominalismo dell'Allegria.
Nell'immediato dopoguerra si consolida la sua carriera di poeta ed è reintegrato alla cattedra di letteratura moderna e contemporanea presso l'Università degli Studi di Roma “La Sapienza”, dove insegnerà fino al '65. Nel '47 pubblica Il dolore che annovera la celebre e straziante poesia ad Antonietto, morto in Brasile per via di un'appendicite. «“Nessuno, mamma, ha mai sofferto tanto...”/ e il volto già scomparso/ ma gli occhi ancora vivi/ dal guanciale volgeva alla finestra,/ e riempivano passeri la stanza/ verso le briciole dal babbo sparse/ per distrarre il suo bimbo...// Ora potrò baciare solo in sogno/ le fiduciose mani.../ e discorro, lavoro,/ sono appena mutato, temo, fumo.../ come si può ch'io regga a tanta notte?» (Giorno per giorno).

Ultimi anni

Colpisce l'energia narrativa senza infingimenti e, tuttavia, sublime, al di fuori di ogni minimalismo di sorta. È ormai un poeta destinato agli onori del Nobel, se non fosse che le pregiudiziali su alcuni aspetti mai del tutto chiariti del suo passato con il regime fecero storcere il naso agli Accademici di Svezia. Nel '54 sfiora l'ambìto premio che nel '59 è assegnato a Quasimodo: si chiudono così i conti. Nel '67 Saragat nomina Montale senatore a vita, e memorabile è il commento del “vate”: «Montale senatore, Ungaretti fa l'amore». Questione complessa, quella del rapporto tra i due poeti più rappresentativi del secolo scorso: «Ebbe contro il partito dei laici, che gli contrappose sempre Eugenio Montale», raccontò in una circostanza Leone Piccioni, discepolo, amico e curatore delle opere ungarettiane. Certo è che la statura di Ungà — al pari di quella di Eusebio — va valutata in un profilo più largo di conoscenze e competenze: critico d'arte, come s'è visto, ma anche traduttore (di Shakespeare, Racine, Mallarmé), fine interprete della letteratura, acuto pubblicista. Una figura a tutto tondo l’Ungaretti intellettuale, saggista, professore e traduttore che con più iniziative viene ricordato nell’anniversario della morte dalle congiunte università romane.

Gli ultimi anni sono segnati dalla perdita dell'amata moglie Jeanne (1958) e da una fitta girandola di premi, onori e lezioni. Un soggiorno in America è la causa della broncopolmonite che conclude il suo “viaggio terrestre” nella notte tra l'1 e il 2 giugno del 1970. Eppure, cinquant'anni dopo, nulla di lui è davvero scomparso: «Poesia/ è il mondo l'umanità/ la propria vita/ fioriti dalla parola/ la limpida meraviglia/ di un delirante fermento» (Commiato).

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