Stato e mercato

La dolce droga statalista rischia di soggiogare i maestri della resilienza

di Franco Debenedetti

(eyegelb - stock.adobe.com)

3' di lettura

«Il ritorno dello Stato» è quest’anno il titolo del Festival dell’Economia di Trento. Per il suo direttore scientifico Tito Boeri l’uscita dall’emergenza è l’occasione «per analizzare cosa è accaduto in un anno che ha visto lo Stato esercitare un ruolo primario nella vita dei cittadini». Una ventina delle conferenze ne trattano in modo esplicito, da «Il ritorno dello Stato e la fine del neoliberismo» di Joseph Stiglitz, al – si parva licet – «Fare profitti, etica dell’impresa» di chi scrive.

E che ritorno! Il trillion è diventato l’unità di misura dei debiti che gli Stati Uniti e l’Unione europea hanno deciso di mettere in capo ai cittadini di questa e delle prossime generazioni al fine di sovvenire ai costi e ai danni prodotti dalla pandemia. Per pagarli, se non ci sarà un robusto ritorno della crescita, si dovranno imporre maggiori imposte, aumenterà ancora la presenza dello Stato, che da noi spende già il 60% del Pil. Come verranno impiegati questi soldi, quale effetto avranno sul settore pubblico e quale sull’iniziativa privata?

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Il danaro sarà erogato in primo luogo come ristoro alle perdite, ma ci saranno condizionalità su come impiegarlo? Per quelle subite dagli individui l’ideale sarebbe l’helicopter money, per classi di reddito. Per quelle subite dalle imprese, si dovrà evitare di mantenere in vita aziende zombie e, all’altro estremo, di cogliere l’occasione per fare “politica industriale”, magari camuffata da transizione ecologica.

Una parte va allo Stato stesso cioè alla pubblica amministrazione –sanità, giustizia, scuole e università pubbliche – anche per finanziare le riforme che la pandemia ha dimostrato essere necessarie, e la tecnologia possibili.

Inflazione per ora non c’è: negli Stati Uniti nonostante i consumi siano ripartiti in modo sostenuto, il tasso di partecipazione al lavoro è ancora molto indietro rispetto al 2020. Ma l’inondazione monetaria ha inceppato il meccanismo di mercato, cioè quello di assegnare prezzi alle cose e quindi rendere razionali le scelte allocative. Mentre i tassi d’interesse nulli azzerano il prezzo del futuro. Per le imprese private, l’assicurazione dei crediti fornita dallo Stato alle banche (in Italia 260 miliardi di euro) annulla la loro responsabilità di valutare il merito di credito; viene così a mancare un altro meccanismo di selezione, delle aziende e dei loro progetti. La pressione a usare interamente le risorse assegnateci dal Next Generation Eu orienta le scelte verso cose che costano, le infrastrutture, e quindi verso quelle aziende pubbliche che hanno capacità di realizzarle. Andranno largamente a costruire ferrovie ad alta velocità, senza che migliori la redditività di un’azienda dove il ricavo da biglietti non copre i costi di gestione. Tanto a giustificare tutto c’è l’idraulica keynesiana, l’idea meccanicistica del rapporto fra risorse e crescita, indifferente al merito delle singole proposte e alle aspettative e reazioni degli individui: semina quattrini e qualcosa resterà. E, en passant, condendo il tutto di riforma del capitalismo, di lotta alle diseguaglianze, di transizione ecologica, «erogando e welfareggiando a più non posso» (il copyright è diGiuliano Ferrara).

E così veniamo al punto cruciale: cosa comporterà il “ritorno dello Stato” per l’imprenditoria privata? Le aziende del quarto capitalismo hanno tenuto in piedi questo Paese negli anni passati, sarebbe ben strano se dovessero restare all’asciutto in questo “nuovo piano Marshall”. Il nostro futuro di Paese industriale dipende da quanto sapremo innovare, e per questo i soldi non bastano. Nessuno conosce la ricetta dell’innovazione, ma si conoscono gli ingredienti necessari: confrontarsi con la concorrenza e procedere per trial and error. Proprio quello che non può fare lo Stato, che per questo non potrà essere innovatore: perché l’impresa pubblica è monopolista, o per statuto o perché con la sua sola presenza distorce la concorrenza; e perché lo Stato, piuttosto che accettare il fallimento, preferisce svenarsi a coprire le perdite. Se “ritorno dello Stato sul mercato” significasse “ingresso dello Stato nel controllo”, l’imprenditore privato finirà per volere lo Stato come socio quando investe; se lo si abitua a vivere di commesse, gestire diventerà partecipare ai bandi e finirà per assumere avvocati invece di ingegneri; se gli si dà la droga statalista diventeranno muti proprio quelli che Resistenza e Resilienza potrebbero insegnarle agli altri. Né lo si giustifichi con l’opportunità per l’impresa di avere un investitore “paziente” che gli stia accanto nelle difficoltà e lo sostenga nei sentieri di crescita: se non lo si distorce, il mercato finanziario fornisce capitali per qualsiasi tipo di rischio, i fondi di private equity sono a caccia di opportunità per fare efficienza. All’impresa privata non serve un fondo sovrano.

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