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La domanda che rilancia l’economia

di Paolo De Ioanna e Gustavo Piga

(AFP)

3' di lettura

Opportunamente Il Sole 24 Ore, sulla base dei dati Istat, riapre il dibattito, cruciale ai fini della stabilità della costruzione europea dell’euro, di quanto formica o quanto cicala sia stata l’Italia in questo ultimo quinquennio di difficile navigazione tra le onde della recessione prima e stagnazione poi.

Non possiamo nasconderci: il convitato di pietra nella decisione di quanto espandere la politica fiscale in Europa per rilanciare una crescita anemica che permette ai populismi di prosperare, tema reso ancora più concreto dall’elezione di Macron e la sconfitta di Le Pen, è proprio il nostro Paese. La domanda interna europea di imprese e famiglie langue, pervasa da un pessimismo che impedisce progetti di lunga durata, e la politica monetaria della Bce viene in soccorso solo delle imprese più proiettate all’estero via tassi di cambio, ma non all’interno del territorio perché i tassi d’interesse bassi non possono convincere chi non vuole prendere a prestito perché non vede i ritorni, ma solo i costi, dell’indebitarsi per acquistare macchinari che non andrebbero a capacità produttiva per la scarsità di clienti là fuori.

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È ormai opinione comune, anche negli ambienti istituzionali europei e sovranazionali più conservatori, che solo un rilancio della domanda pubblica, in particolare nella sua componente degli investimenti possa ridare ottimismo, prima direttamente via leva degli appalti pubblici, e poi indirettamente creando il contesto per una ripresa degli investimenti privati.

Riprendiamo allora i dati sulla spesa di questo sessennio 2011-2016. Un periodo in cui l’inflazione ha rosicchiato il 5,5% circa del potere di acquisto di 1 euro, in cui la spesa totale è salita da 808 a 829 miliardi in euro e che dunque in valore reale è scesa, non salita, del 2,3%. È importante misurare la spesa in valore reale, perché quel che interessa al cittadino è quanto potere d’acquisto gli viene sottratto, con la spesa pubblica, di tassazione, e perché quel che conta per capire quanto dà la pubblica amministrazione quanto a servizi alla collettività è la qualità effettiva dei servizi (numero di banchi e ore di professori, ecc) e non il numero di euro (per esempio alla scuola).

Esaminando così la spesa italiana, scopriremmo che la spesa in termini di potere d’acquisto degli stipendi di poliziotti, giudici, professori, operatori sanitari è scesa dell’8%. La tanto vituperata spesa per acquisto di beni e servizi che pare salire molto (di 7,5% in euro) in termini reali è salita del 2%, meno dello 0,3% per anno (sempre troppo potrebbe dire qualcuno!). E gli investimenti pubblici? Qui la faccenda si fa drammatica, tenuto conto della loro rilevanza strategica: in termini reali calano del 27%, ad un ritmo del 4% annuo!

L’Italia è stata dunque in questi 6 anni, e i dati lo dimostrano incontrovertibilmente, una austera formichina che ha rinunciato a stimolare la domanda nell’economia e anzi l’ha depressa a forza di tagli. Si badi bene: non di sprechi ma di tagli lineari, quasi sempre a casaccio rimuovendo organi vitali della macchina pubblica e non utilizzando il necessario bisturi del bravo chirurgo. È evidente che questo spiega sia l’andamento recessivo prima e stagnante poi della nostra economia, il crescente rapporto debito-Pil che si abbatte con la crescita, l’incapacità di poter raggiungere un deficit-Pil vicino all’equilibrio strutturale, rinviando da anni gli impegni apparenti presi con Bruxelles. Una fatica di Sisifo inutile e che toglie energie al successivo tentativo di risalita.

L’Italia deve dunque chiedere al tavolo europeo, forte di questi dati che mostrano dei suoi sforzi in ottica europea e della loro inutilità, la possibilità di tornare a sostenere l’economia con il volano degli investimenti pubblici, facendo sì che debito e deficit ritrovino finalmente una convergenza virtuosa verso valori sostenibili. Se questo quadro è esatto, il contributo che deve offrire il nostro Paese è quello di riorientare al margine la cattiva spesa corrente verso spesa per investimenti buoni. Una sfida che richiede un lavoro analitico costante (da orologiai e non da taglia boschi), organizzato separatamente su ogni settore di spesa, coerente e interno alla costruzione del nuovo ciclo del bilancio integrato (che unifica bilancio e legge di stabilità): per procedere in questa direzione, come in tutti i Paesi europei che crescono, occorre personale specializzato, dedicato, competente, ben remunerato e ben organizzato attorno a un obiettivo chiaro, sostenuto politicamente, in Italia e in Europa.

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