internazionalizzazione

La donna che porta il made in Italy in Corea del Nord

di Michele Romano


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(Afp)

2' di lettura

Non si può in alcun modo aggirare l’embargo internazionale, «che riguarda soprattutto una lunga lista di beni di lusso», ma la Corea del Nord è ancora un mercato aperto, «sempre che la situazione internazionale non precipiti improvvisamente». Laura Galassi guida Segesam, società di consulenza focalizzata all’export e con un rapporto lungo e solido con Pyongyang.

Dal primo viaggio, datato 2000, all’ultimo, di qualche mese fa, molte cose sono cambiate,a cominciare dallo scenario internazionale, ma non il modello di approccio a quel mercato: «Ancora oggi si va avanti per priorità», ma questi diciassette anni sono diventati un patrimonio di informazioni e di rapporti a disposizione delle aziende. «Gli imprenditori, marchigiani e non, che vogliono esportare in Corea del Nord sono più di quanto si possa immaginare – spiega la manager, che ha un passato universitario negli Usa dove ha vinto un titolo Ncaa nella scherma –: a tutti loro spiego pregi e difetti di quel mercato, dove le poche merci che entrano sono controllate con estremo rigore».

Laura Galassi, presidente della società Segesam

Galassi ha iniziato a operare in quel Paese come imprenditrice, in pieno accordo con il governo, e la prima iniziativa fu la realizzazione di un impianto per il recupero di pneumatici usati, «importati dal Giappone, con il quale Pyongyang aveva ottimi rapporti diplomatici ed economici»: lo stabilimento li riduceva in polvere, poi utilizzata per realizzarli ex novo. Il 2003, poi, fu l’anno dell’agroalimentare: «I cittadini avevano bisogno di carne di pollo e di maiale – spiega – la cui produzione ci consigliò di importare attrezzature da aziende specializzate di Veneto, Lombardia e Emilia Romagna». Tre anni dopo, un ingresso storico: Galassi fece acquistare per la prima volta ai coreani il vino italiano, «fu come aver contribuito a una piccola rivoluzione a tavola».

L’ultima iniziativa imprenditoriale diretta è la nascita di una pizzeria, a Pyongyang, disegnata da architetti coreani, «che avevano studiato in Italia», affidata a un pizzaiolo del posto, «che però usa materie prime esclusivamente italiane». E negli anni, quel locale si è arricchito di uno show room del made in Italy, «dove espongono diverse aziende delle Marche, specie della moda e della calzatura».

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