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La doppia scalata contemporanea a Retelit e Go Internet

di Simone Filippetti


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7' di lettura


L'11 marzo, a Piazza Affari, due operazioni di mercato sono passate sugli schermi, nell'indifferenza generale delle sale operative. Ma se qualche trader avesse buttato un occhio fuori dal recinto delle blue chip, avrebbe visto che nello stesso giorno qualcuno si è mosso su Retelit e Go Internet, i “figli di un dio minore” delle telecomunicazioni.
Quella mattina è passato di mano il 7% di Retelit, la ex ePlanet, morta come una delle tante dotcom del Nuovo Mercato e risorta come infrastruttura strategica (ha una dorsale da 12.500 chilometri alla velocità di 100 gigabit al secondo, che nella digital economy vale oro). Nelle stesse ore, altre mani forti compravano a mani basse le azioni di Go Internet, che in un solo giorno è balzata dell'8,5%, che non sarebbe nemmeno notizia così eclatante (il titolo è soggetto ad un'alta volatilità) se non fosse che in quella medesima seduta è stato scambiato il 13% del capitale. Da quando la telco umbra ha completato una ricapitalizzazione, di fatto l'assetto proprietario è completamente cambiato con il 65% del capitale passato di mano in soli 4 giorni (dal 4 all'8 marzo). Chi ha comprato in Retelit e Go? Non si sa, ma una rotazione del capitale così massiccia lascia supporre che qualcuno sia entrato con una posizione importante in tutti e due i casi. In vista dell’assemblea dei soci di entrambe, quando si scopriranno le carte.


Partito il Risiko delle Tlc
Quel risiko delle Tlc, che molti davano nell'aria da tempo, pare dunque essersi finalmente messo in moto. Su Retelit stanno ripartendo le grandi manovre. Esattamente un anno fa in assemblea si sfidarono Raffaele Mincione e la cordata libico-tedesca. Il finanziere genovese, ma da anni stabilito a Londra, aveva tentato un blitz. Senza successo. Ma dodici mesi dopo, ecco che qualcosa si muove sottotraccia. Retelit è balzata in Borsa dell'11,4% dopo due grossi passaggi ai blocchi che hanno riguardato lo 0,55% e il 4,7% del gruppo tlc. In tutto sono passati di mano 10,5 milioni di pezzi circa, 21 volte la media degli ultimi 30 giorni e circa il 6,25% del capitale. Il pacchetto più consistente sarebbe passato a un premio del 10% circa. Sulla carta Mincione ha perso uno dei suoi alleati: quel 4,7% passato di mano sarebbe dell'imprenditore veneto Alberto Pretto, uno dei soci che l'anno scorso appoggiava il finanziere italo-inglese, alle prese anche con l'ancor più impegnativo dossier Carige. Più difficile, invece, è capire chi abbia comprato: i soci attuali hanno tutti le mani legate dal “black period” relativo all'imminente diffusione dei risultati 2018 e quindi non possono effettuare alcun acquisto. Sono circolate voci di un investitore istituzionale interessato a entrare nel capitale.


Da Cenerentola a più bella del reame: la parabola di Retelit
Era la Cenerentola della new economy, quando si chiamava ePlanet. Oggi si chiama Retelit e tutti la vogliono. La “piccola Telecom” – con tanto di piccola rete e piccola Sparkle, un cavo sottomarino che da Hong Kong affiora a Bari - ha una storia del tutto rocambolesca, che merita di essere raccontata, anche perché non è finita. Fondata nel '96 dall'imprenditore di tecnologie Luigi Orsi Carbone che arruola un salotto buono di nomi storici – il patron del colosso Techint Andrea Rocca, il petroliere Angelo Moratti, l'erede dell'impero Ariston Paolo Merloni, e Gianpaolo Acerbi. Ma i piani della piccola Telecom per costruire reti metropolitane in fibra si rivelano un po' troppo avveniristici per l'epoca. Si quota quando l'euforia da new economy in Piazza Affari è già al tramonto e come start up finisce presto in affanno. A nulla serve una fusione con eVia, la rete fisica dell'Anas. Per evitare il dissesto, unica strada è chiedere ai fornitori di diventare azionisti. È così che Sirti, storico produttore di reti, diventa azionista del suo cliente. Nel 2006, quando Sirti approda in Libia – grazie a un accordo tra il Governo Berlusconi e Gheddafi – pensa bene di rifilare al Ministero delle Poste di Tripoli azioni della zavorra ePlanet, un 14,37% che ancora oggi è parcheggiato nella finanziaria lussemburghese Bousval. Ma con la caduta del rais nel 2011, quel pacchetto di azioni diventa indisponibile perché non si sa bene a chi faccia capo. Fatto sta che i libici rimangono nell'azienda. Alla fine un gruppo di soci con circa il 20% - Borghi, Van den Heubel e Pretto - decide di arruolare un “vero” management e chiama l'attuale squadra di vertice, con il presidente Dario Pardi e l'ad Federico Protto, un ingegnere formatosi alla scuola aziendale di Telecom Italia. I due ereditano una realtà con 37 milioni di ricavi e 8 di perdite, ma che richiede poco lavoro per rimettere in carreggiata. E infatti i conti cancellano il rosso già dal primo anno e il 2017 si chiude con un giro d'affari quasi raddoppiato a 65,4 milioni, 27 milioni di margine, e 11 di utile. In cassa ci sono 33 milioni. E finalmente il titolo in Piazza Affari rimonta: da 0,5 arriva a superare i 2 euro (oggi veleggia a 1,5).
Risanata, Retelit inizia a finire nei radar del mercato: la scorsa primavera il consiglio è in scadenza. Senza un azionariato “stabile” si aprono i giochi per il controllo. I vecchi soci cominciano a vendere, approfittando della ripresa delle quotazioni, e a rastrellare c'è appunto, da Londra, Mincione che con la cordata Fiber 4.0 sfiora il 9% e punta apertamente al ribaltone. A fargli da contrappeso Svm-Axxion, un fondo attivista tedesco che in Telecom ha sostenuto Elliott contro i francesi di Vivendi – forte di un 9,99% , schieratosi con i libici e con il management. Mincione stringe un patto con l'unico dei vecchi soci rimasti - la famiglia Pretto. L'assemblea non capisce il motivo di cambiare il management che porta in dote il primo dividendo della storia della società: Mincione esce sconfitto, ma ha comunque ottenuto una vittoria: il Governo Conte, allora appena insediato e con tanto di strascico polemico perché proprio il premier giurista era stato consulente di Mincione in passato, ha messo il Golden Power su Retelit, un atout importante in un'azienda in mano ad azionisti stranieri, tra cui in prima fila la Libia dello scomparso Colonnello Gheddafi e un fondo tedesco.


A chi fa gola il 5G “low cost” di Go Internet?
Qualcuno sta prendendo posizione anche su Go Internet, che non ha la stazza di Retelit, ma che ugualmente, ha una valore nascosto: le ambite frequenze 5G. La nuova tecnologia delle Tlc “sarà una rivoluzione, al pari dell'elettricità” ha annunciato a Barcellona durante la fiera mondiale della telefonia mobile, Cristiano Amon, il numero uno di Qualcomm, il colosso americano della tecnologia. Il 5G aumenterà la velocità di connessione, ma soprattutto consentirà l'applicazione del cloud computing anche sui telefonini. Non serviranno più potenti (e costosi) micro-processori dentro agli apparecchi perché tutto sarà gestito da server sparsi per il mondo. Con il 5G l'intelligenza artificiale entrerà nei telefonini, dal riconoscimento facciale alla domotica.
Ecco che sulla scia delle grandi aspettative, qualcuno si è messo a comprare azioni Go, contemporaneamente a Retelit, che l'anno scorso ha firmato un accordo proprio con Go. Non che sia difficile rastrellare azioni Go Internet: la piccola telco regionale, che quest'anno festeggia le cinque candeline a Piazza Affari una delle matricole lillipuziani dell'Aim: con circa 20 milioni di capitalizzazione e un flottante di oltre il 50% , bastano solo 10 milioni di euro per mettere le mani sul 5G, spendendo briciole rispetto alla montagna di denaro (6 miliardi di euro) spesa dai big, che o si sono dissanguati per assicurarsi la nuova tecnologia (e il conto è arrivato salato, vedi Vodafone che dovrà eliminare oltre mille posti di lavori) o si sono tenuti bene alla larga dalla costosissima gara ma che il 5G non possono non averlo, vedi Wind 3.
E fino a due mesi fa, la ancorché minuscola Go era tecnicamente blindata: la famiglia Colaiacovo, il ramo dell'imprenditore e finanziere Giuseppe, che ha fondato la società chiamando poi per la quotazione i tre manager reduci dal clamoroso successo di Aria Dsl, aveva in mano il 25%, un altro 20% era della romana Linkem e poi c'erano i manager con altre quote. Un flottante ridotto per un titolo già di per sé poco liquido. Ora invece Go è una Public Company, dove il solo azionista forte ha solo il 20%, cosa che apre a scenari di scalate e i movimenti di metà marzo sembrano confermarlo.
A dire il vero un futuro promesso sposo, in caso di matrimonio, in realtà Go già ce l'ha: è appunto Linkem, altra telco regionale (ma moto più grande di Go) anch'essa con in pancia frequenze 5G. Quello che invece Go ha e Linkem no è l'essere quotata. Una condizione che fa gola alla compagnia romana, intenzionata voler sbarcare a Piazza Affari. Linkem è entrata due anni fa in Go e dopo l'aumento di capitale è rimasta mentre gli altri soci si diluivano, per cui si è trovata di fatto in mano lo scettro di primo azionista (relativo). Che Linkem prima o poi, possa tentare un affondo, che tra l'altro la farebbe quotare in un sol colpo senza passare attraverso le complicazioni di un'Ipo, pare una cosa scontata, agli occhi del mercato, tanto più ora che l'azienda guidata da Davide Rota (e di proprietà di BlackRock e altri fondi americani) è il primo azionista.
Ma visto che quelle frequenze fanno gola un po' a tutti, un occhio su Go pare l'abbia buttato anche Fastweb che, per via di Tiscali (di cui ha comprato la divisione business), ha in pancia degli asset ex Aria Dsl, fondata dai tre golden boy Alessandro Frizzoni, Flavio Ubaldi e Alessandro Ronchi poi passati in Go Internet, e che avrebbe più di una sinergia con la micro-cap dell'Aim. In più ora c'è anche da capire a chi è finito in mano il 64% del capitale.

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