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La “scommessa” di Tria e Di Maio per evitare la manovra bis e convincere la Ue

di Dino Pesole

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(EPA)

2' di lettura

Invertire il trend negativo della nostra economia documentato da una previsione di crescita tendenziale attorno allo 0,1%, e spingere sul “denominatore” così da incrementare per quanto possibile la crescita. Il Pil, nella sua versione “programmatica”, dovrebbe beneficiarne offrendo in tal modo una chance al governo per evitare la manovra-bis.

È la scommessa del ministro dell’Economia, Giovanni Tria e del ministro dello Sviluppo economico, Luigi Di Maio, contenuta nel decreto per la crescita. Già ma in che misura dovrebbe crescere il Pil nel secondo semestre del 2019, considerato che il primo trimestre si avvia a chiudere a zero o giù di lì e nel secondo (se andrà bene) si registrerà solo un primo timido segnale di uscita dalla stagnazione/recessione?
A conti fatti la potenza di fuoco dei nuovi interventi di stimolo della domanda interna non potrà superare uno 0,1-0,2 di Pil aggiuntivo. Per raddoppiarlo, occorrerà una dose aggiuntiva “pro-crescita” da mettere già in campo in estate (accelerazione degli investimenti, apertura dei cantieri, dismissioni immobiliari più celeri). Operazione tutt’altro che agevole, ma sarebbe già apprezzabile se si riuscisse a evitare il ritorno dell’economia in recessione, puntando su un effetto “incrementale” delle misure in arrivo che dovrebbero dispiegarsi a pieno nel prossimo anno. In tal modo il deficit, avviato ad attestarsi nei dintorni del 2,4% alla luce degli attuali trend, potrebbe per effetto della doppia cura pro-crescita ridursi a consuntivo di uno o due decimali quest’anno. Sulla carta potrebbe non bastare per evitare una correzione dei conti. Tuttavia, in sede di trattativa con la Commissione europea, già con il Def che verrà recapitato a Bruxelles subito dopo aver ottenuto il via libera dal Consiglio dei ministri, il Governo dovrebbe puntare le sue carte sul “nuovo corso” della politica economica imboccata con le misure per la crescita.

Ed è probabile che Bruxelles (il 6 giugno è atteso il giudizio della Commissione) decida a quel punto di sospendere il giudizio fino alla fine di settembre, quando saranno disponibili le previsioni aggiornate su Pil, debito e deficit, per poi esprimersi nel merito in novembre. Stime che dovrebbero a quel punto incorporare l’effetto delle misure in via di definizione, a partire dal pacchetto a sostegno delle imprese (patent box semplificato, mini-bond per le Pmi, il ritorno del super ammortamento, nuova Sabbatini e taglio progressivo dell’Ires), dal sostegno agli investimenti attraverso lo “sblocca-cantieri” e al pacchetto “made in Italy”. Del resto, pare condivisibile l’intenzione di evitare attraverso la spinta alla domanda interna l’eventuale manovra-bis, che non potrebbe che comportare ulteriori effetti di frenata del ciclo economico. Il problema è nella effettiva possibilità che l’obiettivo possa essere conseguito. E soprattutto che possa dispiegare la sua forza d’urto su un orizzonte temporale più ampio, in presenza di una manovra di bilancio che dovrà vedere la luce in ottobre, in cui si porrà l’alternativa secca: far aumentare (anche se parzialmente l’Iva) oppure disinnescare integralmente le clausole di salvaguardia pronte a scattare dal prossimo anno con il loro ingombrante peso di 23,1 miliardi.

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