Mario Draghi e il Quirinale

La duplice fiducia di un premier senza un partito

di Paolo Armaroli

3' di lettura

Forse per non lasciare solo soletto il generale Francesco Paolo Figliuolo, da più parti è stato evocato un altro generale di grande prestigio come Charles de Gaulle. E, manco a dirlo, lo si è accostato all’attuale presidente del Consiglio. Ma questo accostamento, almeno oggi come oggi, è una vera e propria sgrammaticatura costituzionale. Perché non siamo alla vigilia di una Quinta Repubblica francese in salsa italiana. Tant’è vero che a Palazzo Chigi si parla inglese. E con ragione.

Difatti il premierato interpretato a dovere da Mario Draghi non è altro che la naturale evoluzione della nostra forma di governo parlamentare. Il guaio è che all’Assemblea costituente il nostro parlamentarismo nacque storto. È ben vero che il famoso ordine del giorno sottoscritto dal repubblicano Tomaso Perassi venne approvato dalla seconda sottocommissione della commissione per la Costituzione – la famosa commissione dei Settantacinque – nella seduta del 5 settembre 1946 a larga maggioranza: 22 i voti favorevoli e sei le astensioni dei comunisti. Ma purtroppo rimase lettera morta perché degli stabilizzatori volti a rafforzare il nostro parlamentarismo non se n’è mai vista l’ombra. A riprova, se mai ve ne fosse bisogno, che le vie dell’inferno sono lastricate di buone intenzioni.

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Il risultato lo si è visto dopo gli otto governi De Gasperi. A partire dal 1953, anche a causa del mancato scatto per una manciata di voti della legge elettorale maggioritaria, i presidenti del Consiglio sono stati felliniani direttori d’orchestra che comandavano senza essere granché obbediti. Dei re Travicelli in ministeri immancabilmente di coalizione che si alternavano al potere di continuo senza molto costrutto. Uno storico illustre come Giovanni Spadolini lo capì ai tempi dei suoi due governi. E dopo aver lamentato il fatto che l’istituto della presidenza del Consiglio era la Cenerentola d’Europa, novello Mosè stilò un decalogo istituzionale che, realizzato a poco a poco, rimpannucciò gli inquilini di Palazzo Chigi.

Grazie al Mattarellum, i presidenti del Consiglio si rafforzarono ulteriormente in quanto di fatto investiti dal voto popolare. Ma poi, con l’entrata in scena dei Cinque stelle e il passaggio dalla sartoriana bicicletta bipolare al triciclo, siamo andati avanti con il passo del gambero. Finché Mattarella, consapevole della gravità del momento, punta tutte le carte su Draghi. Senza consultare di nuovo i partiti, che come tanti sor Tentenna non si decidevano a decidere. Forte dell’investitura quirinalizia, ovviamente Draghi ci ha messo del suo. Non essendo figlio di papà, ancora una volta
l’ha spuntata a modo suo: tirandosi su per i capelli
come il barone di Münchhausen. Ed è andato avanti
con il suo inner cabinet, vedi caso di marca britannica,
e con gli altri ministri di derivazione partitica.

Un premierato, il suo, con due anomalie rispetto al Regno Unito. Per cominciare, al Quirinale non c’è la Regina Elisabetta, ma un presidente del quale tutto si potrà dire salvo che sia stato un semplice notaio. Una personalità che conosce a menadito il diritto costituzionale e ne ha fatto tesoro per quasi un settennato. E poi, rispetto al premier britannico, Draghi non ha alle spalle un partito che abbia vinto le elezioni. Dietro Draghi, piaccia o no, non c’è che un Draghi con la sua autorevolezza e competenza. Che però può sempre contare sul sostegno del Colle. Quasi una “fiducia” supplementare rispetto a quella parlamentare. E i partiti, si dirà? È presto detto: Draghi non è la causa della loro crisi, ma ne è l’effetto. Un Papa straniero che opera al meglio. Un Cincinnato di passaggio? Staremo a vedere.

La lingua francese, piaccia o no, la si può parlare
solo dal Quirinale.

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