lettera al risparmiatore

La duplice sfida di Azimut: il 30% delle masse all’estero e diminuzione dei costi

di Vittorio Carlini


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5' di lettura

Proseguire, oltre che nella crescita in Italia, nell’espansione all’estero. Anche, come dimostra la recente operazione in Australia, attraverso l’M&A. È una delle strategie di Azimut a sostegno del business.

L’attività, nonostante il terzo trimestre abbia rallentato rispetto allo stesso periodo del 2016, nei primi nove mesi del 2017 è stata contraddistinta da ricavi e redditività in aumento. Il margine d’intermediazione si è assestato a 591,793 milioni rispetto ai 498,9 milioni di un anno prima. L’utile operativo, dal canto suo, è stato di 198,38 milioni (+44,9%). Peraltro, sul fronte della raccolta netta, a fine novembre ha raggiunto quota 5,9 miliardi. Insomma: i numeri sono in rialzo. Un andamento cui ha contribuito, per l’appunto, la stessa espansione internazionale.

I NOVE MESI DEL GRUPPO A CONFRONTO

Dati in milioni di euro

La strategia, a ben vedere, è di avere in (quasi) tutti i mercati esteri sia l’attività di gestione che quella di distribuzione. Allo stato attuale, salvo eccezioni sempre possibili, l’espansione è nei Paesi dove il gruppo è già presente. Magari attraverso piccole operazioni di M&A in Stati quali la Svizzera o l’Australia (qui c’è stata l’ultima mossa su Dunsford Financial Planning). Ciò detto esiste però anche la volontà, senza concretizzare una presenza diretta, di crescere nel Nord Europa. In particolare: in Germania e Francia. L’obiettivo, nei due mercati, è riuscire a distribuire i fondi di diritto lussemburghese di Azimut tramite degli accordi commerciali con realtà locali. Il tutto per, dopo il 2019, arrivare ad avere circa il 30% delle masse totali oltreconfine.

Sono solo rose e fiori, quindi? La realtà è più complessa. Il risparmiatore, di fronte alla continua espansione internazionale, esprime un dubbio. La società, anche perchè esposta su mercati emergenti, può incontrare dei problemi nella gestione del rischio conseguente alla forte articolazione estera e alle numerose controllate.

LA DINAMICA DEGLI ASSET DEL GRUPPO

Dati in miliardi di euro

Azimut rigetta l’obiezione. In primis, è l’indicazione, esiste una struttura centrale dedicata alle attività estere. Queste, poi, hanno (quasi) tutte in loco le funzioni di risk management, internal audit, antiriciclaggio e compliance. Attività che, sottolinea sempre Azimut, riportano alle medesime funzioni presenti nella capogruppo. Infine, aggiunge Azimut, la presenza di un country manager italiano, competente sulla realtà locale, è un ulteriore garanzia. Le considerazioni effettuate sono rilevanti. E tuttavia, con riferimento alle strutture descritte, può ulteriormente interrogarsi rispetto alla loro concreta efficacia. Azimut risponde che l’efficienza è dimostrata dal suo track record. In Turchia ad esempio, al di là degli ultimi tragici eventi, nell’estate del 2015 c’era stata una grave crisi di liquidità sui corporate bond. Orbene: Azimut ricorda che, mentre il sistema bancario ha svenduto le obbligazioni, lei anche grazie alla propria rete di distribuzione ha mantenuto le posizioni. Il che ha consentito di evitare minusvalenze.

Ma non è solo una questione di attività estere. Il gruppo del risparmio gestito punta a proseguire lo sviluppo in Italia. La crescita è essenzialmente organica. Certo: Azimut visiona dei dossier. E però, allo stato attuale, c’è nulla di concreto. A fronte di ciò un focus è l’impegno sulla rete dei consulenti finanziari. Questa, a ben vedere, è soprattutto sviluppata nel Nord Italia dove si trova il 78% dei financial advisors e l’81% degli Asset under Management (AuM). La distribuzione geografica, tuttavia, non è valutata come un problema. Cioè: visto che la ricchezza è soprattutto in quell’area, non c’è la priorità di avere una presenza maggiormente omogenea sull’intero mercato domestico. Molto più importante, al contrario, è proseguire nell’incremento di produttività ed efficienza del network di consulenti. Così Azimut indica dapprima che il “tipico” financial advisor assunto nel 2017 ha un’età media bassa (42 anni). Poi sottolinea che, da un lato, il suo portafoglio è consistente(mediamente 21 milioni); e, dall’altro, che gli asset sono in larga parte già impiegati in risparmio gestito. Vale a dire: oltre ad esserci il maggiore ritorno sul patrimonio, il soggetto deve essere abituato a rapportarsi con il cliente in ottica di consulenza. E non di vendita di prodotti.

ANDAMENTO DEI COSTI DI AZIMUT

Dati in milioni di euro

ANDAMENTO DEI COSTI DI AZIMUT

Già, i prodotti. Rispetto ad essi Azimut punta, da una parte, alla loro razionalizzazione; e, dall’altra, ad una gestione più efficiente. In tal senso, su quest’ultimo fronte, è previsto un team globale di gestione. La sua logica? Semplice: l’internazionalizzazione ha consentito di avere molti asset manager nei vari mercati che, per la prossimità al business locale, sono in grado di generare maggiore extra-rendimento rispetto agli altri. Di conseguenza i fondi globali avranno più gestori che, nell’ambito della loro competenza di mercato, potranno autonomamente prendere le decisioni di asset management. A questo, poi, Azimut affianca il trading desk globale. Una struttura che, sempre sui global fund, permetterà l’operatività 24 ore su 24.

Fin qui alcune indicazioni rispetto alle strategie di Azimut. Il risparmiatore, tuttavia, guarda anche ad altri aspetti. Uno di questi è quello dei costi. Nei primi nove mesi del 2017 gli oneri operativi sono saliti del 9%. La dinamica, nell’attuale periodo dove molti istituti finanziari fanno pressing sui costi, fa storcere il naso. Azimut, dal canto suo, invita ad un’analisi più approfondita. Il gruppo ricorda che il trend, da un lato, è conseguenza della crescita aziendale; e, dall’altro, che la sua velocità è inferiore a quella di rialzo dei ricavi. Inoltre Azimut sottolinea di avere comunicato che il picco dei costi dell’ultimo trimestre del 2016 non sarebbe più stato raggiunto. E così è stato. Poi, aggiunge sempre la società, il rapporto tra i costi di distribuzione e le commissioni ricorrenti è sceso al 56% di fine settembre scorso. Quindi il gruppo non vede alcuna problematica particolare sul tema in oggetto. Ciò detto, l’obiettivo di ridurre i costi operativi rimane. Le diverse iniziative, tra cui la rinegoziazione a prezzi scontati e con massimali per le forniture di servizi (ad esempio il calcolo del nav sui fondi), daranno i loro frutti. A partire, dice la società, a partire dal 2018.

REDDITIVITÀ DEL GRUPPO AZIMUT

Dati in milioni di euro

Dai costi alle commissioni. È questo un altro aspetto cui il risparmiatore volge lo sguardo. Ebbene: le “fee” ricorrenti, cioè quelle non volatili, sono cresciute del 18,5% e costituiscono la grande parte dei ricavi. Le commissioni di performance, invece, sono salite del 17,5%. Si tratta di numeri in aumento che vengono apprezzati dal risparmiatore. E, però, con riferimento ad essi può sorgere una perplessità. Un dubbio legato proprio alle performance fee. Queste sono regolate in maniera differente tra gli Stati europei. Una diversità normativa che alle volte, come nel caso del Lussemburgo, è più favorevole (ad esempio il calcolo è su base mensile). Orbene: l’Authority di questo Paese, anche sulla scia delle indicazioni dello Iosco, potrebbe optare per una stretta. Il che avrebbe un impatto sul conto economico di Azimut. La società, ribadendo che modificherà il calcolo sulle fee dei fondi lussemburghesi solo se e quando ci sarà l’intervento, rigetta la preoccupazione. Il gruppo, in primis, sottolinea che l’eventuale modifica è assolutamente gestibile e con impatto minimo. Inoltre ricorda che, secondo lo studio di un importante istituto finanziario, il peso delle commissioni sulla performance lorda dei suoi prodotti nel 2016 è del 36%. Cioè inferiore alla media di sistema (52%). Con il che Azimut indica come, pure garantendo performance concorrenziali, esista lo spazio per eventualmente trasferire alcuni dei costi aggiuntivi sul cliente.

Quel cliente, rispetto al quale, il rapporto con il consulente persona-fisica rimane essenziale. Azimut infatti, comunque valutando il FinTech un’opportunità e non un rischio, ribadisce l’approccio ibrido nell’advisory. Le nuove tecnologie, da un lato, sono utili perchè automatizzano le attività a minore valore aggiunto; e, dall’altro, consentono al consulente di avere più tempo per gestire al meglio la relazione con il cliente. Un interscambio che resta fondamentale per un business come quello di Azimut.

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