pallacanestro

La dura, durissima vita dei giocatori delle giovanili e... Dino Meneghin

L’esempio del più grande giocatore italiano di ogni epoca, che compie 70 anni, insegna il modo più puro di interpretare e rispettare lo sport

di Mattia Losi


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(ANSA)

4' di lettura

Se state leggendo questo articolo, dando per scontata la vostra passione per il basket, è molto probabile che siate giocatori (o giocatrici) in una squadra giovanile. Con tutte le speranze, le gioie, le ansie e le frustrazioni che ne conseguono. Speranze, gioie, ansie e frustrazioni provate nel corso degli anni anche dal signore che vedete troneggiare nella foto qui sopra: Dino Meneghin. Sta abbracciando suo figlio Andrea, anche lui un campione, ed è circondato da un gruppo di persone che hanno fatto la storia di questo sport, del nostro sport. La sua maglia numero 11 è incorniciata perché l’Olimpia Milano ha deciso di ritirarla: nessuno potrà mai più indossarla su un campo di gioco. Il massimo onore che un club possa concedere a chi ha rappresentato i suoi colori.

Se giocate in una squadra giovanile il vostro sogno è diventare campioni, come Dino. Vincere, come Dino. Essere il numero uno, come Dino. E vi piaccia o meno, avete davanti solo due strade per riuscirci.

La prima è pensare a voi stessi: costruire giorno dopo giorno il giocatore che volete diventare. Entrare in palestra con l’obiettivo di uscirne con almeno una cosa, una sola, fatta meglio di quando avete iniziato l’allenamento. Impegnarvi durante le partite dando il 101 per cento delle vostre capacità dimenticando, dolore, fatica e... compagni. Il vostro obiettivo è la vittoria, sempre e comunque. A qualsiasi costo. Una vittoria che, con queste premesse, difficilmente avrete come compagna di viaggio. Certo, vincerete le partite. Magari anche tante partite. E sicuramente avrete un fantastico libro di statistiche personali. Ma, alla fine della stagione, quasi sempre vedrete qualcun altro alzare una coppa.

La seconda via è non pensare a voi stessi: costruire giorno dopo giorno il giocatore che volete diventare. Entrare in palestra con l’obiettivo di uscirne con almeno una cosa, una sola, fatta meglio di quando avete iniziato l’allenamento. Impegnarvi durante le partite dando il 101 per cento delle vostre capacità dimenticando dolore e fatica. Ma mettendo la squadra e i compagni prima di voi stessi, a qualsiasi costo. Probabilmente non avrete uno sfavillante libro di statistiche personali, ma quando verrà il momento di alzare una coppa beh! sarete quasi sempre dalla parte giusta.

Questa è la strada più dura, più difficile, fatta di rinunce personali per il bene del gruppo. Questa è la strada che ha la vittoria non come obiettivo, ma come logica conseguenza. Questa è la strada che ha sempre percorso Dino Meneghin: per chi non lo sapesse il primo giocatore europeo a essere “chiamato” nella Nba, nel 1970. Aveva appena vent’anni. Marty Blake, che all’epoca lo aveva scelto per gli Atlanta Hawks, pochi anni fa ricordava: «Non ho mai avuto dubbi. Avrebbe potuto essere uno dei più grandi giocatori della Nba. Era due metri e quattro, pesava poco più di cento chili, si muoveva come un’ala piccola e giocava sotto canestro. Credetemi, nessuno in Europa voleva giocarci contro».

Dino rimase in Italia, nel 1970 e anche 4 anni dopo, quando a offrirgli un contratto furono i New York Knicks. Diventare professionista, allora, avrebbe significato rinunciare alla maglia della Nazionale. Da quella rinuncia sarebbe nata una delle carriere più straordinarie nella storia della pallacanestro mondiale: 12 Scudetti, sei Coppe Italia, sette Coppe dei Campioni, quattro Coppe Intercontinentali, due Coppe delle Coppe e una Coppa Korac. L’argento olimpico di Mosca, nel 1980, e l’oro europeo di Nantes nel 1983. Unico giocatore italiano ad essere accolto nella culla del basket, la Hall of fame di Springfield.

Se il vostro sogno è diventare campioni, questa è la strada giusta: lastricata di “noi”, non di “io”. Sorda alle facili scuse e alle giustificazioni. Fatta di assunzioni di responsabilità. Una strada che bandisce frasi come «l’allenatore non mi capisce». Una strada che dopo una delusione non vi porterà in cerca dell’amorevole e sconfinata comprensione dei genitori, ma della forza dello spogliatoio per ripartire, e ripartire, e ripartire ancora.

E se, come è molto probabile, non giocherete mai in Serie A: chi se ne frega. Avete la fortuna di praticare lo sport più bello del mondo: prima o poi troverete la vostra Olimpiade anche sui campi di periferia. E vi assicuro per esperienza diretta che quando riabbraccerete la vostra squadra, trent’anni dopo, proverete le stesse identiche emozioni e lo stesso groppo in gola che ha provato Dino trionfando in tutto il mondo. Per quanto piccoli possano essere i campi che avrete calcato, sarete molto più simili a lui di quanto possiate immaginare. E questo, non ve lo potrà mai togliere nessuno.

P.S. Dino Meneghin è nato ad Alano di Piave il 18 gennaio 1950. Settant’anni fa. Tutti i media stanno celebrando il suo compleanno. Io, per una volta, ho scelto di parlare poco di lui e di rivolgermi a chi ne saprà raccogliere il testimone. Perché in fondo la sua vera eredità non sta nelle mille vittorie raggiunte, ma in come ha vissuto la sua interminabile, straordinaria carriera.

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