l’utopia concreta di olivetti

La fabbrica di Adriano e i fini dell’impresa

di Giuseppe Lupo

(ANSA)

3' di lettura

C’è una domanda che Adriano Olivetti pronunciò ad alta voce, il 23 aprile del 1955, mentre inaugurava lo stabilimento di Pozzuoli: «Può l’industria darsi dei fini?». La risposta, per quanto non scontata, presupponeva che il modello di umanesimo industriale, in cui egli credeva, aveva obiettivi proiettati ben oltre il calcolo dei profitti e dunque che ci fosse qualcosa al di là della logica economica, una tensione a leggere la modernità in termini inconsueti e originali. Il problema era di natura prospettica, riguardava cioè verso quale orizzonte dovesse tendere il cammino di un’azienda, al bivio tra la ricerca del successo commerciale fine a se stesso e il tentativo di far crescere il livello di benessere, di democrazia, di civiltà adeguandolo alle aspettative di ogni persona umana. La modernità non è un mostro da cui fuggire – questo intendeva suggerire «Può l’industria darsi dei fini?» –, piuttosto un motore che ha la forza di realizzare il bene comune, quel valore tanto caro al Secolo dei Lumi, di cui il migliore Novecento è riuscito a conservare, nonostante le innumerevoli difficoltà e contraddizioni, l’eredità morale.

Il discorso inaugurale, com’è facile immaginare, non si rivolgeva semplicemente ai dipendenti, ma all’intero settore, a imprenditori, politici, dirigenti, e nella sua funzione provocatoria potrebbe ancora oggi rappresentare la sintesi dell’olivettismo. Certo sarebbe follia credere che nei progetti dell’imprenditore di Ivrea il tema economico fosse relegato all’ultimo posto nella gerarchia delle preoccupazioni. Un approccio superficiale e di maniera con la sua figura tende a sottovalutare gli aspetti concreti che invece erano cruciali nei piani dell’organizzazione aziendale. E basterebbe leggere le pagine iniziali dell’Ordine politico delle Comunità, il primo dei saggi pubblicati da Olivetti nel 1946, per comprendere come esista uno scatto in avanti fra il magistero di Jacques Maritain ed Emmanuel Mounier e l’applicazione pratica delle suggestioni filosofiche che scaturivano dal loro personalismo cristiano.

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Olivetti, per intenderci, non ha mai smesso di credere nella sua “utopia concreta” e ciò non esclude che, nel dare sostanza alla sua impresa, egli non tenesse tenuto conto di quanto dolore – uso un termine che appartiene alla Condition ouvrière di Simone Weil, libro portato in Italia proprio dalle Edizioni di Comunità nel 1952 con traduzione di Franco Fortini – la civiltà delle macchine avesse causato nell’uomo e quanto infinito fosse il travaglio che l’umanità è stata condannata a subire dopo essere stata costretta ad abbandonare la civiltà della terra. Indietro certo non si poteva tornare. Era nei patti con la Storia cercare la via dello sviluppo, perciò occorreva disegnare un domani che abrogasse i difetti del mondo di ieri, anzi ne fosse il rimedio, una nuova chance offerta per ritrovare l’equilibrio perduto con l’ingresso nei processi della modernità.

Tutto questo sembra risuonare nella proposta che Olivetti lanciò in forma di domanda (o di dubbio) in un Meridione che in quegli anni continuava a rimanere in un rapporto di subalternità rispetto ai modelli di vita offerti dal Nord Italia e non aveva altra via d’uscita se non la fuga dalla disoccupazione e dalla miseria, con la conseguenziale lacerazione del tessuto familiare. Ma la domanda, a 65 anni di distanza, contiene senza volerlo la base da cui ancora oggi ripartire per fare impresa in termini di responsabilità sociale. Lungi dall’attenersi a quei fenomeni che somigliano al paternalismo aziendale e che rappresentano uno degli aspetti più retorici e fastidiosi del rapporto tra imprenditore e dipendenti o tra impresa e territorio, nel progresso disegnato da Olivetti la fabbrica è chiamata a svolgere un esercizio di mediazione tra le aspirazioni dei singoli e il bisogno di sentirsi comunità. È chiamata, in altre parole, a ricoprire quell’unico, eccezionale incarico che non condanni il moderno per partito preso, semmai si sforzi di perfezionarne gli esiti, rimediarne gli errori in modo tale da – anche questo afferma il discorso Ai lavoratori di Pozzuoli – il lavoro diventi «uno strumento di riscatto e non un congegno di sofferenza».

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