Formazione e innovazione

La fabbrica intelligente rilancia un new deal in 5 proposte per le competenze 4.0

Uno studio di The European House - Ambrosetti e di Philip Morris evidenzia il disallineamento tra formazione tradizionale e imprese, insoddisfatte del livello dell’88% dei diplomati e del 54% dei laureati

di Cristina Casadei

(Agf)

4' di lettura

Il salto di qualità della manifattura del futuro chiede un new deal delle competenze 4.0, innanzitutto per non lasciare indietro i lavoratori, visto che nel nostro paese solo il 42% degli adulti possiede competenze digitali di base. In secondo luogo, guardando ai giovani bisogna ridare centralità all’istruzione tecnico scientifica, prevedendo un riconoscimento legale tra ITS ed Università. In terzo luogo serve cambiare marcia sulla formazione continua, disegnando nuovi assetti e nuove forme di incentivazione per i lavoratori del domani. A queste si aggiungano altre due proposte e cioè gli obiettivi quantitativi sulla formazione digitale e 4.0, creando sistemi di misurazione e monitoraggio della performance e l’investimento per la rinascita del Mezzogiorno italiano.

La ricerca

Sono queste le cinque proposte nate dalla riflessione innescata dallo studio “Capacità e competenze per l’Intelligent Manufacturing”, realizzato da The European House – Ambrosetti in collaborazione con Philip Morris Italia. I dati sono stati raccolti con interviste ai vertici di Regioni, istituzioni scolastiche, ITS, parti sociali, Università, associazioni di categoria, Ministeri competenti nonché indagini rivolte a oltre 150 imprese. «Questo studio rappresenta un importantissimo punto di partenza per elaborare l’offerta formativa del nostro Institute for Manufacturing Competences che inaugureremo a Bologna accanto al nostro stabilimento nella seconda parte dell’anno, a supporto dello sviluppo delle competenze avanzate per le professioni del futuro nel mondo manifatturiero. Per me e per le oltre 30.000 persone della filiera italiana di Philip Morris, è un orgoglio contribuire a un progetto per lo sviluppo e l’individuazione delle competenze per la manifattura del futuro», ha spiegato Marco Hannappel, presidente e amministratore delegato di Philip Morris Italia, membro dell’Advisory Board in un seminario a cui hanno partecipato Valerio De Molli, managing partner & ceo di The European House – Ambrosetti, il professore Giorgio Ventre della Federico II di Napoli e il professore Alberto Di Minin della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa.

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La sfida dell’integrazione azienda e territorio

Se la fabbrica intelligente sembra ormai una direttrice imprescindibile per la competitività internazionale, pone alcune sfide di sistema, come per esempio quella dell’integrazione tra azienda e territorio e dell’integrazione sempre più forte tra hard e soft skill. Un’impresa su cinque, tra quelle intervistate, dice però di avere difficoltà nel reperire figure professionali adeguate, mentre il 13% lamenta carenza di competenze tra i propri lavoratori. Fra gli occupati in Italia, del resto, meno di un lavoratore su due partecipa a corsi di formazione e quasi la metà delle problematiche riscontrate all’interno delle imprese riguarda le capacità del management di comprendere, indirizzare e gestire i cambiamenti abilitabili dalla tecnologia.

Le carenze della formazione tradizionale

Data science, con il 27% di aziende a dirlo, è la prima delle criticità, seguita da competenze informatiche avanzate, indicate dal 18%, programmazione, dal 16% e project management, dal 13%. Se poi andiamo a vedere il disallineamento dei canali tradizionali di formazione, scuola e università, le imprese esprimono una fortissima insoddisfazione per le competenze dei diplomati, come dice l’88%, e dei laureati, come dice il 54%. «L’Italia è una potenza manifatturiera a livello globale e il surplus di 111 miliardi di euro generato dalle nostre industrie è un fattore cardine del nostro sistema economico - afferma De Molli -. La ricerca realizzata mette chiaramente in luce le fragilità del sistema della formazione a sostegno delle opportunità offerte dall’Intelligent Manufacturing e suggerisce chiare ed incisive proposte d’azione volte a fare dello sviluppo delle competenze un motore di sviluppo per il sistema-Paese». Il tema, infatti, non è solo qualitativo. Lo studio rivela infatti carenze importanti anche sotto l’aspetto quantitativo: solo un giovane italiano su sei studia discipline Stem.

La centralità dell’analisi dei bisogni

Gli interventi, però, perchè siano efficaci rendono «fondamentale prima di agire, investire nella comprensione dei fenomeni su cui vogliamo intervenire. Questo studio mette in evidenza gli ambiti su cui è possibile fare la differenza con azioni mirate allo sviluppo di certe competenze- osserva Di Minin -. Sono due le parole chiave che caratterizzano queste competenze. La prima è l’essere abilitanti. Le competenze diventano abilitanti, quando si trovano al centro di un sistema di relazioni, che le valorizza integrandole. La seconda parola chiave è la complementarietà. La trasformazione digitale che stiamo vivendo ci pone nella necessità di identificare le complementarietà tra le competenze. Ce ne stiamo accorgendo anche dal nostro osservatorio della Scuola Sant’Anna. Non c’è Open Innovation se le aziende non fondano le proprie strategie di alleanze sulla combinazione di saperi distintivi e complementari. Questa analisi di The European House - Ambrosetti, partendo dal punto di vista dei principali operatori del settore, ci fornisce una mappa concreta per fare ritrovare centralità ai territori sul cui sviluppo manifatturiero e digitale vogliamo scommettere».

La priorità del Mezzogiorno

Il riallineamento tra imprese e formazione tradizionale «è ancora più necessario per il Mezzogiorno - commenta Ventre - che può diventare protagonista di processi di reshoring e di rafforzamento del tessuto produttivo solo se è in grado di offrire quelle competenze che, secondo il rapporto, le imprese non sono in grado di reperire. In questo, l’esperienza del Polo Tecnologico di San Giovanni a Teduccio a Napoli può rappresentare un modello di riferimento, come appare anche dalle cinque azioni proposte come strategia per la crescita della Manifattura in Italia».

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