crisi industriale

La fabbrica, i social e Taranto. Come vive la città la chiusura dell’alto forno

In una città, Taranto, che da sette anni vede l'Ilva in bilico (si chiude-non si chiude, si fermano gli impianti-no, si va avanti), non ha costituito una sorpresa il no del giudice Francesco Maccagnano alla proroga temporale chiesta da Ilva per fare sull'altoforno 2

di Domenico Palmiotti

La notte dell’Ilva, la notte di Taranto

5' di lettura

In una città, Taranto, che da sette anni vede l'Ilva in bilico (si chiude-non si chiude, si fermano gli impianti-no, si va avanti), non ha costituito una sorpresa il no del giudice Francesco Maccagnano alla proroga temporale chiesta da Ilva per fare sull'altoforno 2 gli ulteriori lavori di sicurezza. No del giudice che adesso apre la porta ad un ri-sequestro dell'impianto e quindi alla sua fermata con spegnimento. Non é stata una sorpresa perché, a scorrere le reazioni dei social, i più credono che alla fine non ci sarà nessuna fermata e che una soluzione comunque si troverà. E nemmeno gli operai si mostrano stupiti. Ormai sono solo molto stanchi rispetto questo altalenarsi di vicende - lo dicono con grande franchezza - e vorrebbero che prima o poi si mettesse la parola fine. Uscire da una incertezza troppo lunga e sfibrante: ecco cosa vogliono gli operai della ex Ilva. “Vogliamo continuare a lavorare ma non vogliamo ammalarci per il lavoro”. Questo è lo stato d'animo prevalente in fabbrica. Solo che la saldatura di questi due grandi interessi, la salute e il lavoro, è da luglio del 2012 (l'anno del sequestro) che la si insegue senza essere ancora riusciti ad effettuarla.
Gli stati d'animo della fabbrica
C'è chi vuole il lavoro ma in condizioni normali e di tutela, chi vorrebbe l'acciaieria chiusa perché l'impianto è vecchio - ha 60 anni - e rimetterlo tutto a norma costa una barca di soldi, e chi, infine, non vede l'ora di uscirsene perché non ce la fa più. Ecco, allargando il campo, i sentimenti che percorrono quella popolazione di 8.700 persone che è il siderurgico di Taranto e parliamo solo dei diretti. Salvaguardia dei lavoratori (e dei cittadini) a tutto tondo viene in testa, come detto, ma anche la voglia di scapparsene non é poca. Chi ha avuto coraggio, lo ha già fatto nei mesi scorsi. Non assunto da Mittal e finito in cassa integrazione a zero ore con Ilva in amministrazione straordinaria, ha preso i 100mila euro lordi di incentivo (77mila netti) e si è licenziato. Per tentare o cercare un altro lavoro in diversi casi. Ma senz'altro per una nuova vita. Chi è invece rimasto, e ora o sta in cassa integrazione con Ilva oppure al lavoro con Mittal, spera che l'opportunità degli incentivi più che riaprirsi, si offra in una nuova veste. Migliorata e potenziata. Più soldi insomma. Lo dicono i delegati sindacali, raccontando che nelle ultime assemblee diversi lavoratori hanno chiesto se ci fossero gli incentivi, se ci fossero le pensioni per l'esposizione all'amianto (molto presente in stabilimento), insomma un qualcosa da prendere subito ed uscirsene senza troppi danni economici. Nulla di tutto questo si vede all'orizzonte. Però in tanti ci credono e ci sperano. E per ora attendono.
Una soluzione alla fine si troverà
La chiave interpretativa per le vicende di Taranto - dal lato città è cittadini - può essere declinata proprio così. E vale tanto per l'altoforno 2 quanto per l'intera fabbrica. Quasi nessuno, infatti, crede che l'altoforno 2 verrà effettivamente spento. E non solo perché Ilva impugnerà subito al Tribunale del Riesame il no alla proroga dell'impianto dichiarato il 10 dicembre dal giudice Francesco Maccagnano, ma perché si è già vista una serie di provvedimenti giudiziari espressi e poi ribaltati legittimamente nei successivi gradi di giudizio. E quando non sono stati i giudici a cambiare il segno delle pronunce, è intervenuto in casi estremi il Governo con i decreti. D'altra parte, proprio la storia dell'altoforno 2 è emblematica: sequestrato senza facoltà d'uso a giugno 2015 per la morte di un operaio ustionato da un getto di ghisa, sbloccato dal Governo con un decreto a luglio 2015, restituito all'uso - ma condizionato alle prescrizioni - dalla Procura all'Ilva a settembre 2015, di nuovo sequestrato a fine luglio 2019 perché la Magistratura ha accertato che parte di quelle prescrizioni di quattro anni prima non erano state applicate, salvato a settembre 2019 dal Tribunale del Riesame e adesso di nuovo avviato verso il sequestro subito dopo il 13 dicembre. E la fabbrica? Quando ArcelorMittal il 4 novembre annunciò il recesso dal contratto di fitto, non è che ci furono reazioni meravigliate. Sia perché era nell'aria che Mittal prima o poi avrebbe mollato, sia perché l'opinione prevalente fu che lo Stato sarebbe intervenuto. E non avrebbe consentito la chiusura. Perché Ilva è un complesso grande, perché la sua produzione di acciaio serve alla manifattura industriale, perché sono in gioco tanti posti di lavoro. E infatti ora lo Stato è in campo e il premier Giuseppe Conte parla di partecipazione pubblica nell'azienda. Il punto che è tutti questi stop and go ripetuti nel tempo creano solo sfiducia e incertezza. Perseverano il caos e allontano l'uscita dal tunnel. E così Taranto somiglia sempre più ad un'area dove tutti investire più che complicato, è rischioso.
Che accade adesso
È atteso nelle prossime ore l'ordine di esecuzione del sostituto procuratore della Repubblica, Antonella De Luca, che mette in atto lo stop all'altoforno 2. In sostanza, De Luca ripristinerà da un lato il sequestro senza facoltà d'uso dell'altoforno e dall'altro chiederà al custode giudiziario dell'area a caldo, Barbara Valenzano, di recarsi nella fabbrica per dare corso al cronoprogramma di fermata e spegnimento dell'impianto. L'azione del pm è un atto dovuto dopo che il giudice Maccagnano ha respinto l'istanza di Ilva in amministrazione straordinaria che aveva chiesto una proroga temporale per fare gli ulteriori lavori di messa in sicurezza all'altoforno e superare così la scadenza del 13 dicembre. Che è la data in cui gli ulteriori lavori dovevano terminare. Va detto che sulla proroga chiesta da Ilva, la Procura, il 9 dicembre, aveva espresso parere positivo sia pure con prescrizioni. È presumibile che il sostituto De Luca firmi l'ordine di esecuzione subito dopo il 13 perché sino a quella data l'altoforno 2 usufruisce ancora della “copertura”. Ma questo, nella sostanza, cambia poco perché, per il momento, la sorte dell'impianto è comunque segnata. Così come è scontata l'impugnazione al Tribunale del Riesame, da parte di Ilva, del provvedimento di Maccagnano. L'impugnazione, con cui si chiede di annullare il rifiuto alla proroga, dovrebbe essere presentata il 20 dicembre dagli avvocati di Ilva (proprietaria dello stabilimento mentre ArcelorMittal è in fitto) ed essere discussa nel nuovo anno alla prima udienza utile, probabilmente intorno al 7 gennaio. Per il cronoprogramma di fermata e spegnimento, esso riprenderà dal punto in cui a settembre scorso, prima del Riesame, il custode giudiziario lo ha lasciato, ovvero quasi a metà della fase attuativa. Parliamo però delle operazioni tecniche preliminari perché il forno (uno dei tre operativi) è attualmente in marcia. E sarà ancora una volta corsa contro il tempo tra cronoprogramma di stop e pronuncia del Riesame con una fabbrica e Taranto che restano in bilico.

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