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La fame di banda rende appetibili i piccoli operatori

di Simone Filippetti

(REUTERS)

4' di lettura

Il Day After della mega asta per il 5G, il futuro standard della telefonia mobile, alza la saracinesca del Supermarket delle frequenze. C’è chi ha fatto incetta della ultra-banda, Tim e Vodafone, e chi è rimasto fuori dallo spettro a 80 Mhz: inevitabile che riparta il risiko delle Tlc. Da una battaglia che ha frantumato ogni record (lo Stato si attendeva 2,5 miliardi, l’incasso sarà del triplo) è emerso un mercato spaccato a metà: da una parte i due mattatori Telecom Italia e Vodafone che spendendo circa 1,7 miliardi a testa; dall’altra Wind Tre e Iliad che hanno messo le mani sulle frequenze a 20 MHz (no di secondo rango) e potrebbero non essere sufficienti per i francesi visto che Wind Tre dispone di altri 30 MHz. In più ci sono gli esclusi totali Fastweb e Tiscali.

Le scosse di assestamento del terremoto 5G arrivano fino a Capri: all’Hotel QuiSiSana, dove ieri sera è partito iI tradizionale Digital Summit di EY, un po’ la “Cernobbio” delle Tlc in Italia, i commenti dei manager durante le pause caffè sono tutti sul valzer delle alleanze. Anche perché i numeri uno dei big, di solito presenzialisti, quest’anno hanno disertato la kermesse, impegnati appunto a fare i conti con la feroce asta per le frequenze. Ma, in perfetto stile Nanni Moretti, la loro assenza alimenta ancora di più le ipotesi: Wind 3 e Linkem, da una parte; Fastweb e Iliad dall’altra, sono gli incastri su cui il mercato immagina scene da un matrimonio.

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La faraonica asta ha riportato l’Italia e le compagnie telefoniche indietro di 20 anni, ai fasti dell’Umts. Allora le compagnie si svenarono per una licenza che si rivelò un flop totale (i videofonini su cui l'allora H3G aveva costruito il suo non sono parti. Infatti poi la compagnia è finita in sposa a Wind). Ma allora Umts era una scommessa tecnologica, rivelatasi perdente; oggi invece il 5G è un passaggio di sistema obbligato . «È la tempesta perfetta – commenta il gestore di un fondo di private equity – perchè c’è chi ha strapagato un asset industriale e chi invece non ce l’ha ma ne avrà bisogno». Tim e Vodafone potrebbero essere indotte a subaffittare porzioni di spettro, rientrando un po’ dei costi (peraltro Tim rientrerà in possesso di frequenze sui 40 Mhz che oggi ha affittato a Linkem e poichè supererà il tetto dei 100 Mhz imposto dal Governo dovrà per forza rivendere l'eccesso di capacità trasmissiva); e chi è rimasto all’asciutto dovrà andare a caccia di altre frequenze. Domanda e offerta sono destinate a incontrarsi per forza. Il maggior indiziato è Wind Tre, unico dei big rimasto prudente, ma la fame di banda rende appettibile le Telco “minori” che si ritrovano improvvisamente in pancia asset d’oro: l’asta infatti rivaluta tutte le frequenze a 40 mhz e 20 Mhz . Gli occhi sono puntati sulla romana Linkem guidata da Davide Rota, su Tiscali, grande assente dell’asta, e sulla società umbra Go Internet, piccola ma quotata in Borsa e contendibile. A fare da sponda, terzo vertice del triangolo, quella Retelit anch’essa pedina cruciale del nuovo risiko della banda ultra-larga.

Linkem è una stazza media ma domina la fetta di mercato del Fixed Wireless per famiglie (ossia la banda larga con modem senza allaccio alla rete fissa), e si è aggiudicata un pacchetto con una quota del 47% (e 600mila clienti attesi a fine 2018 con ricavi per 120 milioni), che poi è il medesimo target di Go, forte di licenze Wimax e ora di tecnologia Lte, e pure di Tiscali: queste ultime due hanno ottenuto la proroga fino al 2019 delle frequenze WiMax 3400 e 3600 GigaHertz. Frequenze che oggi sono pregiate perché sarà difficile far correre il 5G sul vecchio doppino telefonico; la connessione via radio sarà con molta probabilità l'autostrada preferita per avere internet dentro casa.

Ecco allora che l’alleanza, per ora solo tecnologica e di frequenze, tra Linkem e Go internet, con la sponda di Retelit, potrebbe diventare anche qualcosa di più. D'altronde Linkem ha già messo un piede nella matricola: nei mesi scorsi Go Internet ha varato un aumento di capitale da 4 milioni di euro tutte le nuovi azioni sono state comprate da Linkem (gli altri soci dell'azienda umbra, tra cui la famiglia di Giuseppe Colaiacovo, si sono diluiti) che entrerà col 20% in Go che nel frattempo ha stretto un'alleanza con Retelit per affittare la sua potente dorsale di cavi in fibra. Per Wind 3 un eventuale affondo su Linkem o anche su Go Internet potrebbe essere strategico per controbilanciare un altro polo che si sta delineando all'orizzonte: l'asse Fastweb-Tiscali-Iliad. La compagnia milanese della ultra fibra da una parte ha già messo un pedina in Tiscali, di cui ha comprato il business aziendale, ma ha bisogno del mobile, quello dove sta facendo sfraceli Iliad, rafforzata pure dalla licenza semi-5G.

Gli incastri sembrano perfetti: Iliad si è aggiudicata una licenza laddove Fastweb è rimasta fuori; ma a Iliad farebbe molto comodo avere la super fibra ottica di Fastweb. A sua volta Tiscali ha venduto porzioni di frequenze a Fastweb mesi fa, a prezzi da saldo rispetto alle cifre emerse dall'asta 5G, cosa che sembrerebbe anti-economica ma che forse è funzionale ad altri accordi strategici. La geografia delle Tlc è destinata a cambiare ma non è detto che avvenga così presto: l'entrata in vigore del 5G avverà nel 2020 e non si attende un impatto sul mercato prima del 2025.

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