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La fast Brexit mette le ali alla sterlina

Dopo la vittoria di Boris Johnson, il pound guadagna il 2%. Molti analisti stimano che potrebbe sfondare quota 1,4 sul dollaro, ma gli sviluppi nel medio termine restano un’incognita

di Simone Filippetti


Johnson: "Brexit decisione inconfutabile dei britannici"

3' di lettura

La mattina del 13 dicembre la City di Londra va in brodo di giuggiole per una «valanga azzurra» che non è la nazionale italiana di sci, ma la vittoria senza precedenti di Boris Johnson, diventato nel giro di una notte, da spettinato Trump in versione inglese che era, un piccolo Churchill. Nelle sale operative delle banche d’affari circolava una battuta tra i trader: «Quest’anno, il regalo di Natale è arrivato prima». E il regalo si è materializzato sotto l’albero nella forma di un rialzo della Sterlina.

Gli effetti su bilancia commerciale e turismo
La valuta è la proxy del Paese, più dello spread e dei titoli di stato. Il giorno dopo le elezioni più importanti dal Dopoguerra per l’Inghilterra, la sterlina corre del 2%, a 1,33 sul dollaro e 1,17 sull’euro. Molti analisti vedono il pound poter sfondare quota 1,4 sul dollaro. Tira un sospiro di sollievo la bilancia commerciale britannica. Il Paese vive ormai solo di terziario (i servizi sono l’80% del Pil) e pagherà meno le merci, specie i generi alimentari che importa in gran quantità. Piangono i turisti: con una super-sterlina, Londra diverrà ancora più cara e il fiume di visitatori che oggi affolla la capitale potrebbe ridursi.

Premiata l’uscita dalla palude
Per ora, prevale l’euforia per la «liberazione» del Paese. Da tre anni, dal giugno del 2016, il Regno Unito è rimasto bloccato, e sembrava che non riuscisse a uscire dallo stallo. Da allora la sterlina era andata in picchiata fino a toccare quasi la parità con l’euro lo scorso agosto, quando la moneta unica salì fino a 0,9 sulla divisa britannica. Nelle ultime settimane però il pound ha iniziato a risalire sull’onda delle crescenti probabilità di una vittoria di Johnson. Più che i Tory o il folcloristico Boris, il mercato sta premiando il Paese che finalmente esce dalla palude, costata 60 miliardi di sterline di mancato Pil: secondo Miles Tym, gestore obbligazionario di M&G Investments, «questa larga maggioranza darà al governo la possibilità di implementare un Brexit deal moderato» e non la temuta Hard Brexit.

L’incognita del medio termine
E questo secondo la casa di investimento famosa a Londra perché sponsorizza il Chelsea Flower Show, la fiera più amata dagli inglesi, «si tradurrà in una valuta più forte e in una minore inflazione». Il rally di Natale dunque continuerà ancora per un po’. E a beneficiarne non sarà solo la sterlina, ma tutti gli asset denominati in pound. Tutti però, come Nigel Green di DeVere, guardano con un po’ di apprensione al medio termine: la corsa del pound potrebbe rivelarsi di breve durata man mano che si entrerà nel vivo dei negoziati commerciali.

Se 11 mesi vi sembrano pochi
Il 31 gennaio il Regno Unito uscirà dalla Ue, e dunque dall’area di libero scambio, ma sarà solo l’inizio: avrà un anno di tempo fino al 31 dicembre 2020 per completare l’addio. Che significa siglare accordi commerciali e doganali con il resto dell’Europa. Johnson ha promesso non solo una Brexit, ma anche una fast Brexit. E 11 mesi paiono davvero pochi: chiudere decine di accordi sarà un’impresa colossale. Se verso la primavera il mercato fiuterà possibili ritardi, l’instabilità sull’area della Sterlina ricomincerà. E siccome dai tempi di Lorenzo il Magnifico «di doman non c’è certezza», per ora la Londra della finanza brinda a un felice Natale.

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