Mind the Economy

La fatica di Sisifo: dobbiamo tutelare il lavoro o i lavoratori?

di Vittorio Pelligra


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3' di lettura

La colpa di Sisifo era la sagacia e l'arroganza e per questo venne condannato da Zeus a far rotolare un macigno dalla base, fin sulla cima di una montagna, per poi, una volta raggiunta la cima, vedere la pietra precipitare nuovamente giù, pronta per essere issata nuovamente verso la vetta; il tutto per l'eternità. Albert Camus, interpretando questo mito, sottolinea che la parte veramente tragica di tutta la faccenda non sta tanto nella fatica e nello sforzo, a cui Sisifo è costretto; neanche nella ripetitività del gesto, quanto piuttosto nell'assurdità del compito cui Sisifo è condannato, nella sua inutilità.

Una recente indagine appena pubblicata da Robert Rur e Max van Lent (Socially Useless Jobs, Tinbergen Institute, 2018) evidenzia come questo senso di inutilità sia più diffuso di quanto si possa pensare: in un campione di centomila lavoratori, in quarantasette nazioni differenti, circa il venticinque per cento, la maggior parte tra i giovani, considera il proprio lavoro “socialmente inutile”, senza senso. Senza contare i lavoratori delle cosiddette sin industries: le industrie fortemente inquinanti, quella delle armi, del tabacco, dell'azzardo. Lavori così “moralmente faticosi”, proprio perché socialmente dannosi, da prevedere un livello di remunerazione mediamente più alta, rispetto a quella di altri settori, una sorta di compensazione al senso di colpa.

Ciò che fa di un lavoro un “buon” lavoro è ormai noto da tempo. In uno studio di qualche anno fa, l'economista inglese Andrew Clark (Your Money or Your Life: Changing Job Quality in OECD Countries. British Journal of Industrial Relations 43, 2018), considerando un campione molto ampio di lavoratori dei paesi OCSE, ha stilato una classifica delle caratteristiche più importanti che un buon lavoro dovrebbe avere. Emerge un quadro interessante: il cinquantasei percento considera indispensabile la sicurezza dell'impiego; il ventidue percento ritiene fondamentale la possibilità di poter aiutare, con il proprio lavoro, gli altri; il venti percento, valuta come importante la possibilità di essere utili alla società; e poi ci sono le buone opportunità di crescita professionale, un orario flessibile e sono dopo, uno stipendio elevato. Abbiamo visto in questi giorni alcuni sindacati scendere in piazza per protestare contro i regolamenti regionali a contrasto della ludopatia. Tralasciando il fatto che gli stessi sindacati che oggi scendono in piazza a fianco delle lobby dell'azzardo, hanno firmato, a livello nazionale, appelli ed impegni contro lo Stato biscazziere, ciò che ci pare più significativo è l'altra evidente questione: tutti i lavori vanno difesi o non sarebbe meglio battersi per lavori migliori, con più senso e maggiore impatto positivo sulla società? “Il lavoro per il lavoro” è il mantra del sindacato o dovrebbe forse essere “il lavoro per il lavoratore”?

Non tutti i lavori fanno il bene dei lavoratori e quindi non tutti andrebbero difesi, ma magari ripensati. Forse dovremmo pensare a strategie maggiormente volte alla tutela del lavoratore e non tanto del lavoro. Se un barista vede le persone rovinarsi alle slot-machine nel suo locale ha la possibilità di disinstallarle, e tanti lo fanno. Ma se chi lavora in una fabbrica di bombe e si vergogna anche di raccontare al figlio il lavoro che fa, non ha la stessa possibilità di scelta, allora forse quel lavoro andrebbe riconvertito. Allora forse quella persona andrebbe tutelata dandogli una alternativa di senso, che la metta nelle condizioni, con il lavoro delle sue mani, di essere utile a sé e agli altri. Perché i lavori di Sisifo, quelli socialmente inutili o dannosi, rappresentano, innanzitutto, un enorme spreco di risorse: milioni di persone impegnate a produrre ricchezza ma, allo stesso tempo, a distruggere valore condiviso. Perché la percezione dell'assenza di significato e di uno scopo utile nel proprio lavoro porta ad una riduzione della produttività dei lavoratori spessi.

Infine, perché il benessere soggettivo di quei lavoratori impegnati in lavori dannosi o inutili sarà sistematicamente ridotto rispetto a quelle dei lavoratori impegnati in attività più utili. Il lavoro, diceva Simone Weil, è un bisogno fondamentale dell'anima, ma non tutti i lavori sono uguali. Intendiamoci, ogni lavoro è degno, perché ogni lavoratore è degno, il suo sforzo, la sua dedizione, l'eccedenza che viene profusa e l'operato del suo ingegno, lo rendono degno. Ma il fatto che un lavoro sia degno, perché degno è il lavoratore che lo compie, non toglie che possa essere inutile o addirittura dannoso. Oggi, come nel caso di Sisifo, il capitalismo moderno, condanna milioni di persone ad una pena tragica, un lavoro inutile e dannoso. Non possiamo dimenticare questa dimensione se vogliamo ripensare il lavoro, innovarlo e realmente tutelare i lavoratori, tutti i lavoratori.

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