verso un altro rialzo nel 2018

La Fed alza i tassi al 2-2,25%: la politica monetaria non è più «espansiva»

di Riccardo Sorrentino

3' di lettura

La Federal reserve non ha deluso gli investitori. Ha portato i tassi sui Fed Funds al 2-2,25%, dall’1,75-2% e ha segnalato - in quello che appare in realtà come un cambiamento di linguaggio - che la politica monetaria non è più espansiva. Dal comunicato ufficiale è infatti caduta la frase, presente fino ad agosto, che recitava: «L’orientamento della politica monetaria resta accomodante, e sostiene così le forti condizioni del mercato del mercato del lavoro e un ritorno sostenuto a un’inflazione del 2%».

Un linguaggio non più «utile»
Questa modifica del testo, ha però spiegato il presidente Jim Powell in conferenza stampa, non comporta un cambiamento nella politica monetaria: «La politica monetaria è ancora accomodante», ha detto invitando a guardare il livello dei tassi, più basso del livello di lungo periodo, “neutrale”. Quel linguaggio ha però esaurito la sua «vita utile», ha detto. La Fed non vuole inoltre suggerire di conoscere con precisione il punto quando la politica monetaria cessa di essere accomodante e diventa restrittiva e di dargli importanza.

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Ancora un rialzo nel 2018
Le proiezioni sui tassi - i “dots” - sembrano in realtà indicare che il livello di lungo periodo, o neutrale, è leggermente salito al 3%, dal 2,75% ma sarebbe sbagliato trarre troppe conclusioni da questa variazione: mentre la mediana delle indicazioni dei singoli governatori continua a oscillare, la media in realtà si muove nel corridoio 2,75%-3% ormai dal 2016. Non cambia inoltre il ritmo della stretta: terminerà nel 2020, quando i tassi arriveranno al 3,25-3,5%, livello al quale resteranno anche nel 2021, anno per la prima volta contemplato dalle proiezioni di settembre. La Fed continua quindi a prevedere un altro rialzo nel 2018, con tutta probabilità a dicembre, tre nel 2019 e uno nel 2020.

Trump inascoltato
Le critiche del presidente Donald Trump alla stretta in corso sui tassi non sono state quindi ascoltate. «Ci è stato affidato dal Congresso un compito molto importante nell’interesse del popolo americano, e ci sono stati affidati gli strumenti per realizzarlo: io e i miei colleghi siano concentrati su questa missione», ha spiegato Powell. «Non consideriamo fattori politici e cose di questo tipo», ha poi aggiunto.

Protezionismo «cattivo»
Powell ha anche detto che, se la politica sui dazi del presidente Trump non dovesse portare, alla fine, a tariffe più basse ma creasse «inavvertitamente» un mondo protezionistico, i risultati sarebbero negativi («bad», la parola esatta) per gli Stati Uniti e anche per le altre economie mondiali. Gli investimenti, in particolare, ne soffrirebbero. Al momento, però, gli effetti delle misura annunciate, ha precisato, sembrano limitati.

Crescita in frenata dal 2019
Le proiezioni macroeconomiche indicano che i governatori Fed - a ciascuno dei quali vengono chieste previsioni, che vengono semplicemente raccolte - puntano a una crescita accelerata quest’anno, dopo i buoni risultati del primo semestre (3,1% contro il 2,8% indicato a giugno), con un marginale effetto anche nel 2019 (2,5% invece di 2,4%). Il rallentamento dell’economia continuerà però nel 2020 (2%, invariato) e nel 2021 (1,8%). Sostanzialmente confermate, invece, il tasso di disoccupazione che dovrebbe calare fino al 3,5% l’anno prossimo e il successivo, e risalire al 3,7% nel 2021. Anche le previsioni sull’inflazione continuano a indicare una dinamica dei prezzi che oscilla attorno al 2%.

Diagnosi immutata
Immutata, rispetto ad agosto, la diagnosi dell’economia Usa: il mercato del lavoro resta solido, con una forte creazione di posti e un tasso di disoccupazione basso e non dà segnali di rallentamento; mentre le spese delle famiglie e gli investimenti continuano a crescere rapidamente. L’inflazione resta vicina all’obiettivo del 2%. I rischi per le prospettive economiche restano infine «bilanciati».

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