banche centrali e ambiente

La Fed fa i conti con il cambiamento climatico

Powell, Brainard e i loro colleghi per la prima volta affrontano l’effetto serra e le implicazioni che ha per la politica monetaria e la supervisione del sistema finanziario. Ispirati dagli istituti centrali europei e nonostante Donald Trump

di Marco Valsania


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Una manifestazione di protesta per il clima al Campidoglio, a Washington

8' di lettura

NEW YORK - Una Federal Reserve “verde”. Se era in cerca dI una nuova ragione di conflitto con Donald Trump la Fed l’ha forse trovata nell’ambiente. La Banca centrale americana - in passato spesso tenutasi in disparte sul cambiamento climatico, quando paragonata ad altri istituti centrali europei e internazionali - non ha esattamente adottato un terzo mandato in difesa dell’ambiente a fianco degli obiettivi di massima occupazione e di stabilità dei prezzi. Ma ha mosso in breve tempo passi senza precedenti che contrastano con le retromarce dell’amministrazione: è reduce dalla prima conferenza che ha mai organizzato sul tema - The Economics of Climate Change - presso la sua sede di San Francisco.

Uno degli esponenti del suo board esecutivo, il governatore Lael Brainard, ha affermato, in quell’occasione e altrove, la rilevanza del “climate change” non come imperativo morale bensì per l’impatto sulla politica monetaria e la solidita’ del sistema finanziario. I ricercatori della sede di New York, la più influente e in sintonia con i mercati delle dodici “filiali” regionali, hanno reso note stime di danni economici, oltre 500 miliardi, già avvenuti in pochi anni a causa dei disastri legati al riscaldamento dell’atmosfera. E i verbali della più recente riunione al vertice del Fomc, il comitato di politica monetaria, hanno riportato le prime menzioni del cambiamento climatico quale nodo da affrontare.

Brainard all’avanguardia
Brainard, nominata da Barack Obama al vertice Fed e di ispirazione progressista, ha trovato nell’effetto serra uno dei suoi temi distintivi, che però non la trova affatto isolata. Nei suoi recenti interventi ha paragonato l’influenza del cambiamento climatico sul lavoro della Banca centrale alla globalizzazione e alla rivoluzione delle tecnologie dell’informazione.

«Il rischio climatico può toccare tutte le responsabilità assegnate dal Congresso alla Fed: politica monetaria, stabilità finanziaria, regolamentazione e supervisione, affari comunitari, sistemi di pagamento», ha detto.

Brainard ha prospettato un ruolo della Fed in un ambito multilaterale, a sua volta distante dell’isolazionismo da America First promosso dalla Casa Bianca: il progetto e di essere più attivamente partecipi nel network di circa 40 banche centrali che da due anni discute il problema - il Central Bank and Supervisors Network for Greening the Financial System.

La Fed di New York conta i danni...
Kevin Stiroh di mestiere fa il vicedirettore esecutivo impegnato nella regolamentazione delle banche presso la sede Fed di New York. In realtà è oggi concentrato sul climate change, per l’impatto che questo deve avere nel decidere la gestione del settore finanziario. «L’economia americana ha sofferto danni diretti per 500 miliardi di dollari negli ultimi cinque anni a causa di eventi climatici e maltempo», ha appena calcolato. E le conseguenze all’indomani di simili shock, che continueranno, appaiono significative per l’economia come per il settore finanziario: «Il climate change ha importanti ripercussioni attraverso il rallentamento della crescita della produttività, la rivalutazione degli asset e una ri-allocazione settoriale delle attività di business».

...e quella di San Francisco chiede di fare di più
Nell’aprire la prima conferenza della Fed sul fenomeno Mary Daly, responsabile della sede californiana della Banca centrale, ha posto la domanda chiave: perché occuparsene adesso? E ha dato anche la risposta: «È essenziale per rispettare la nostra missione»: la stabilita economica.

Ha elencato nel suo intervento alcuni esempi concreti di quel che può accadere se si è impreparati: paralisi della corrente elettrica possono fermare i sistemi di pagamento elettronici e moltiplicare la domanda di contanti sotto gli occhi della Fed. Alluvioni e siccità possono colpire assicuratori e banche attraverso i loro clienti, che improvvisamente non sono più in grado di far fronte a pagamenti e debiti.

L’esempio della Bank of England...
La Fed - più che alle denunce dell’amministrazione Trump di ogni politica contro il cambiamento climatico come un complotto contro America First - guarda alle azioni del governatore della Bank of England Mark Carney. Che oltre a parlare spesso del tema ha ideato scenari di stress test, simulazioni per verificare la resistenza del sistema al cospetto di diverse situazioni climatiche e risposte politiche alle emergenze ambientali. «Saremo il primo regulator - ha detto Carney parlando a Tokyo - a effettuare stress test del sistema finanziario al cospetto di diverse possibilità climatiche, compreso il catastrofico scenario di nessun cambiamento, e l’ideale scenario di una transizione a zero emissioni nette entro il 2050 coerente con gli obiettivi dichiarati dei legislatori della Gran Bretagna».

...e della Bce
Né sfugge alla Fed come la Banca centrale europea, sotto la guida ora dell’ex managing director dell’Fmi Christine Lagarde, abbia suggerito il ricorso a criteri di sostenibilita’ ambientale anche quando opera con strumenti ormai tipici della politica monetaria quali gli acquisti di obbligazioni per sostenere l’economia. Lagarde ne ha accennato al Parlamento europeo . E con la Commissione europea impegnata a stabilire standard per definire un bond “verde”, la Bce a quel punto considererà l’applicazione d’un simile approccio alle proprie strategia di acquisto di asset.

Autorità di regolamentazione in movimento negli Usa
La Fed trova ispirazione anche in alcune iniziative di regulators statunitensi. La Commodities and Exchange Commission (Cftc) ha quest’anno votato la creazione di un Climate-Related Market Risk Subcommittee.

La stessa Banca centrale Usa, da parte sua, già partecipa inoltre a discussioni in materia nell’ambito del Financial Stability Board, organismo internazionale per il monitoraggio del sistema finanziario, che ha dato i natali alla Task Force on Climate-related Financial Disclosures, impegnata a migliorare volontariamente la trasparenza sui rischi climatici ad uso delle imprese.

Le resistenze
La cautela, tuttavia, non e’ svanita. La Fed resta indietro rispetto a numerosi altri istituti centrali di grandi potenze sul clima. Il chairman Jay Powell, in un discorso a Denver, è parso alludere a un ruolo che rimanga comunque più defilato rispetto ad altre authority quando ha recentemente affermato che «il cambiamento climatico è assolutamente un problema di prim’ordine, ma è meno chiaro che si tratti di una questione di prioritaria per le banche centrali». E ha aggiunto: «Non ritengo che siamo in una situazione dove condurre la politica monetaria per affrontare questioni di climate change».

È un limite almeno in parte strutturale e non solo politico: se la Fed ha un mandato generalmente più flessibile di altre banche centrali, il doppio pilastro di occupazione e inflazione, ha ad esempio meno spazio di manovra quando si tratta di operazioni di acquisti di asset. Secondo alcuni esperti i “green bond” potrebbero essere fuori dal suo campo d’azione.

Dibattito e polemiche
Scontri e levate di scudi sono tuttavia all’ordine del giorno al di fuori della Fed e del mondo delle authority, nel contiguo universo accademico e politico dove nel clima attuale i conservatori sono spesso all’offensiva. La sezione dei commenti del Wall Street Journal ha celebrato la prudenza della Fed nel non schierarsi troppo sul climate change. Il think tank Cato Institute sottolinea come la Fed possa far davvero poco sul tema e l’idea di intervenire faccia parte della concezione della Banca centrale come un “mago di Oz”, capace di risolvere ogni problema. Dai ranghi del partito repubblicano gli attacchi a una Fed troppo attiva in campo sociale e poco allineata al presidente Trump sono sempre in agguato.

Ma non sempre la Fed è timida
L’esempio di una Fed che non si ritira da temi scottanti arriva però da un’altra recente emergenza sociale, quella della diseguaglianza. Divenne un cavallo di battaglia dell’ex chairperson Janet Yellen, che la prese di petto nel 2014 denunciandone gli effetti nocivi per l’economia e l’America.

Abbastanza per suscitare le ire dei repubblicani - il Congresso mantiene generali poteri di supervisione sulla Banca centrale nonostante la sua tradizionale forte autonomia nella gestione. Quelle reazioni non fermarono Yellen né altri suoi colleghi nel continuare a sollevare un dramma tuttora irrisolto.

Clima e politica monetaria
Uno scenario simile si sta manifestando sul clima. Uno sguardo al contenuto più in dettaglio degli interventi di Brainard e di quanto emerso dai recenti convegni della Fed che hanno toccato l’allarme-ambiente mostra quanto l’istituto sia stia creando uno specifico ambito d’azione.

Per banche centrali quali la Fed lo sforzo di proteggere l’economia da traumi esterni è più arduo quando questi riguardano il versante dell’offerta rispetto alla domanda. Una conclusione che impone, ai loro occhi, di analizzare con cura le ripercussioni del climate change, la frequenza e l’ampiezza degli eventi. Una simile analisi diventa necessaria a calibrare le risposte. È Brainard a spingersi nei particolari: «È vitale valutare accuratamente come disastri quali uragani, incendi, alluvioni, condizionano il mercato del lavoro, la spesa di famiglie aziende, la produzione e i prezzi». Un attento esame aiuta a stabilire se è necessario modificare la posizione di politica monetaria oppure guardare oltre gli eventi.

Implicazioni di lungo periodo per l’economia
La combinazione di effetti climatici e di risposte politiche a questi effetti impone la presa di coscienza della Fed. Comprendere questa combinazione ha implicazioni, stando ai recenti convegni Fed, non solo nell’immediato ma per variabili chiave di lungo periodo: la produttività e la crescita potenziale. Vale a dire che ha conseguenze per il futuro livello dei tassi di interesse neutrali.

Sotto i riflettori è cosi’ negli Usa oggi la frequenza delle ondate di caldo, dove ricerche mostrano ormai al di là di ogni dubbio significative conseguenze su output e produttività del lavoro. Le stesse incertezze sull’effetto serra possono oltretutto da sole frenare investimenti e attività.

Il climate change si insinua attraverso molti rivoli nell’economia reale, nell’attività come nell’inflazione: mutamenti nel quadro del settore energetico, incrementi dei premi assicurativi, investimenti nell’adattarsi ai mutamenti - dai sistemi di condizionamento alla realizzazione di abitazioni e costruzioni. Qualunque politica verrà adottata per controllare gli effetti avrà a sua volta implicazioni per prezzi, produttività, occupazione e produzione. Tutto questo crea un vero e proprio rebus per la Fed e la politica monetaria che occorre capire sempre meglio, affermano i dirigenti della Banca centrale.

L’impatto sulla stabilità finanziaria
Questo è un altro capitolo essenziale. Viene paragonato dai vertici Fed ad altri rischi di ampia portata, quali i cyber-attacchi, contro i quali delineare risposte che assicurino la “resilienza” del sistema.

Non è chiaro, ragiona la Fed, come e quando possano esserci svolte nelle valutazioni degli asset legate a eventi climatici. Ma, nelle parole di Brainard, è possible «identificare fattori che sono in grado di propagare le perdite causate da disastri naturali, traumi nel comparto energetico, bruschi smottamenti dei valori di proprietà esposte al clima estremo». Sono inoltre immaginabili cosiddetti “feedback loops”, vere spirali di contagio, tra l’economia reale e i mercati finanziari. L’esempio offerto: se i prezzi di proprietà non riflettono accuratamente i rischi climatici, una rapida correzione potrebbe risultare in perdite a danno di istituzioni finanziarie, che possono a loro volta comportare generali riduzioni nei prestiti all’economia. Conseguenti flessioni nella ricchezza, possono da parte loro amplificare le ripercussioni sull’attività economica, con ulteriori effetti depressivi sui mercati.

Esistono infine i cosiddetti “transition risk”, che cominciano a essere analizzati oggi a livello locale: la tenuta cioè del sistema finanziario davanti a riforme importanti che probabilmente si intensificheranno, quali le strategie di riduzione delle emissioni.

Misurare rischi sempre maggiori
Il Carbon Disclosure Project messo a punto sotto l’egida del Financial Stability Board e della sua task force climatica ha stimato che le 500 principali aziende per market cap siano esposte a un rischio da quasi mille miliardi legato strettamente al cambiamento climatico. È un rischio che avanza a passi da gigante: metà del totale dovrebbe materializzarsi entro i prossimi cinque anni.

Per questo la missione, anche quella della banche centrali, diventa pratica e urgente, non solo accademica: l’idea è assicurare che i sistemi di gestione del rischio delle banche siano adeguati, che gli istituti approntino soluzioni adatte a identificare, misurare, controllare e monitorare tutti questi rischi ormai divenuti “materiali”.

Potrebbero, a causa di shock climatici, saltare tasselli fondamentali per il funzionamento corretto del sistema finanziario quali le operazioni di clearing e e settlement; potrebbe moltiplicarsi la domanda di contanti e liquidità. Le perdite su prestiti potrebbero gonfiarsi per non poche banche, a causa di paralisi del business e bancarotte aziendali in seguito a disastri ambientali. Intere realtà immobiliari o economiche potrebbero vedere i loro rischi impennarsi e sollevare pesanti interrogativi sulle banche eventualmente esposte.

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