POLITICA MONETARIA

La Fed non cede a Trump e alza i tassi. Prudenza sulle strette nel 2019

di Riccardo Barlaam


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(REUTERS)

3' di lettura

DAL NOSTRO CORRISPONDENTE
NEW YORK - La Federal Reserve ha alzato i tassi a breve di 25 punti base, al 2,25-2,50 per cento. Ha annunciato però un rallentamento della futura stretta, indicando per il 2019 due nuovi possibili rialzi (e non più tre, come a settembre). Ha rivisto inoltre al ribasso le stime di crescita per quest’anno e per il 2019. «L’economia americana - ha detto il governatore Jerome Powell - va bene, ma da settembre è aumentata la volatilità dei mercati finanziari». La decisione era attesa dai mercati. Ma era tutt'altro che scontata per le pressioni degli ultimi giorni arrivate dalla Casa Bianca. Donald Trump in più occasioni ha invitato la banca centrale americana e il suo presidente Powell a «non fare un altro errore» ad «ascoltare il mercato» e a «non guardare solo ai numeri».

Dalla fine del 2015, con l'ultimo di oggi, che è il quinto rialzo consecutivo trimestrale, il quarto del 2018, la Federal Reserve ha alzato i tassi a breve dei Fed Funds nove volte, dallo zero virtuale al 2,25-2,50%. I tassi si trovano ora nella parte bassa di quello che gran parte dei componenti del board della Fed ritiene essere il tasso neutrale (al 2,75%): per Janet Yellen il tasso neutrale era attorno al 3%; Powell il 28 novembre aveva detto che i tassi si trovano «appena sotto» il tasso neutrale. Un netto cambio di rotta rispetto a quanto affermato il 3 ottobre quando parlava di “a long way”, una lunga strada da percorrere per raggiungere il livello neutrale, segnalando appunto un rallentamento del ritmo delle strette: ora la Fed prevede due rialzi nel 2019 e non più tre.

La banca centrale con la sua decisione ha salvato la sua credibilità perché Jay Powell e il board dei 10 presidenti regionali della Fed hanno ignorato le critiche - e non avrebbero potuto fare altrimenti - mostrando che le decisioni monetarie americane sono guidate da scelte economiche e non politiche. Come ha confermato durante la conferenza stampa: «La politica non entra nelle nostre decisioni», replicando indirettamente a Trump.

La Fed ha rivisto al ribasso le stime di crescita: il Pil quest’anno salirà del 3% e non del 3,1% come previsto in precedenza; nel 2019 del 2,3%, contro il 2,9% stimato finora. Nonostante i segnali di rallentamento, l'economia continua a espandersi al ritmo maggiore da 10 anni: «Il 2018 - ha detto Powell - è stato l’anno migliore dalla crisi finanziaria esplosa nel 2008». La disoccupazione è ai minimi dal 1969, al 3,7%, i salari sono in ripresa, la spesa al consumo continua a crescere (+0,6% a ottobre). «Un'economia forte, un po’ più del previsto - ha affermato - che sta dando benefici a molti americani» non ha bisogno più di stimoli, è il ragionamento dei policymakers della Fed. Dall'altro lato, però, l'inflazione core continua la sua lenta risalita ed è arrivata all'1,8%, vicina al target Fed del 2 per cento. «L’andamento dell’inflazione negli Stati Uniti - ha concluso Powell - ci consente di essere pazienti sul fronte dei tassi, guardando avanti. Ma in ogni caso vediamo un’attenuazione della crescita: l’indebolimento di quella globale è una delle ragioni alla base della revisione del ribasso del Pil nel 2019». La Fed dunque ha deciso di andare avanti per la sua strada e non ha sorpreso. Alcuni analisti sostengono che con la sua mossa abbia voluto rassicurare i mercati preoccupati dai tassi alti e dal rallentamento economico in arrivo.

Gli indici a Wall Street hanno perso slancio dopo la decisione della Federal Reserve di alzare i tassi. Non appena diffuso il comunicato della Fed, gli indici erano temporaneamente scesi sotto la parità. Evidentemente la banca centrale non è sembrata accomodante come il mercato si aspettava. L’attenzione è stata anche sulla frase aggiunta nel documento, quella secondo cui «continuerà a monitorare gli sviluppi finanziari ed economici globali e a valutare le loro implicazioni per l’outlook economico». Un ritocco della frase sui futuri rialzi graduali dei tassi indica che c'è meno convinzione sul da farsi nel prossimo futuro. A un’ora dalla chiusura il Dow cala di 383 punti, -2%, a quota 23.162,64. L’S&P 500 cede 44,29 punti, -1,79%, a quota 2.500,93. Il Nasdaq arretra di 193 punti, -2,86%, a 6.590

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