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La Fed taglia i tassi di interesse all’1,75-2%

La decisione è stata presa a maggioranza

di Riccardo Sorrentino


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4' di lettura

La Federal reserve ha deciso di tagliare i tassi di interesse di 25 punti base all’1,75-2%. Poche le variazioni alla diagnosi sull’economia Usa: gli investimenti privati in particolare appaiono oggi «indeboliti», mentre a fine luglio erano semplicemente «fiacchi», insieme alle esportazioni, la vera novità del comunicato di settembre.

Tre voti contrari
La decisione è stata presa a maggioranza. Un componente del Comitato dfi politica monetaria (il Fomc) - James Bullard della Fed di St. Louis - avrebbe preferito un taglio più incisivo, di 50 punti base; mentre due - Esther L. George della Fed di Kansas City e Eric S. Rosengren della Fed di Boston - avrebbero preferito non toccare i tassi.

In forse un terzo taglio entro fine anno
Le indicazioni dei singoli governatori sul futuro percorso del costo ufficiale del credito non fa immaginare però una lunga serie di tagli. Sette componenti del Comitato intravvedono un altro taglio prima della fine dell’anno, ma la mediana delle indicazioni dell’intero Comicato punta al livello attuale: una nuova riduzione del costo del credito non è scontata.

Tassi fermi o in rialzo nel medio termine
Per l’anno prossimo, invece, otto governatori immaginano tassi uno scalino più basso rispetto a oggi (1,50-1,75%), una soglia sotto la quale, evidentemente, il Fomc non intende scendere; ma, di nuovo, la mediana punta al livello attuale. Per il 2021 si immagina un rialzo al 2-25% mentre per il 2022, per la prima volta preso in considerazione nelle proiezioni, non si esclude un ulteriore aumento dei Fed Funds rate. Il livello di lungo periodo, che può essere anche considerato l’obiettivo della normalizzazione dei tassi, è solo marginalmente sceso ma resta tra il 2,5 e il 2,75%.

Prevista una crescita leggermente più alta
Le proiezioni macroeconomiche sono coerenti con le indicazioni di Powell. Indicano una crescita leggermente più alta per il 2019 (2,2% contro il 2,1% indicato a giugno), invariata per l’anno prossimo (2%) e di nuovo più rapida nel 2012 (1,9% rispetto all’1,8%). Per il 2022, la prima previsione punta all’1,8%. Sono ritmi che vanno valutati tenendo conto che la crescita di lungo periodo, sostenibile, è pari all’1,9%. Invariate le indicazioni sull’inflazione, segno che anche questo taglio dei tassi, come il precedente, è una misura di risk management contro le incertezze delle prospettive globali che pesano sulle aspettative di inflazione. «L’economia Usa continua ad andare bene», ha spiegato Jerome Powell in conferenza stampa.

Powell: non esclusi altri tassi ma solo se necessario
La Fed, in ogni caso, resta pronta a intervenire. Se le prospettive diventassero ancora più deboli, «una sequenza più estesa di tagli potrebbe essere appropriata», ha detto il presidente Powell in conferenza stampa. «Non lo prevediamo, non è quello che ci aspettiamo ma sicuramente seguiremo questa rotta, se dovesse risultare necessario», ha poi aggiunto. Si è però rifiutato di confermare che la Fed è ora più orientata a tagliare i tassi. «Restiamo dipendenti dai dati», ha ripetuto. Ha inoltre escluso l’ipotesi di portare tassi sotto zero, valutata e scartata durante la grande recessione.

Decideremo riunione dopo riunione
Nessuna indicazione, quindi per il futuro. «Prenderemo le decisioni riunione dopo riunione», ha detto ancora il presidente, confermando l’assenza di qualunque forward guidance. È un atteggiamento - nuovo rispetto alle procedure adottate da Ben Bernanke e da Janet Yellen - che però lascia i mercati privi di bussola in un momento in cui le incertezze sono forti e incidono sulle aspettative di inflazione, che tendono a calare. Le dichiarazioni di Powell della scorsa settimana, secondo cui la Fed non ha “linee guida” per le incertezze originate dai rischi commerciali, e lo stesso fatto che il Fomc ha idee molto diverse sul modo di reagire alla situazione - come è riflesso nei voti - dà l’idea, inquietante, anche se non definitiva,che questa bussola manchi alla stessa banca centrale Usa.

La crescita? Tocca alla politica fiscale
Anche Powell, come il presidente della Bce Mario Draghi, ha poi indicato la politica fiscale come lo strumento più adeguato per affrontare i problemi della crescita. «È in realtà la politica fiscale che è più potente - ha detto - per fare quelle cose che possano aumentare il ritmo di crescita di lungo termine degli Usa, migliorando la produttività, la partecipazione della forza lavoro e le competenze e le attitudini dei lavoratori». Sono tutti obiettivi - ha subito precisato - tipici del settore privato ma la politica fiscale può aiutare.

Tagli più intensi per riserve e facility
Nessuna implicazione sulla politica monetaria hanno avuto invece - ha detto Powell - le recenti turbolenze sul mercato monetario: in due sedute, la Fed ha dovuto iniettare 75 miliardi di liquidità al giorno, meno della domanda delle banche, per evitare che i tassi sui Fed Funds restassero al di sopra del livello di politica monetaria. Sono fenomeni, ha detto il presidente, rilevanti per il buon funzionamento del mercato, ma non hanno conseguenze sull’orientamento di politica monetaria. La Fed, in ogni caso, ha tagliato i tassi pagati sulle riserve in eccesso, fissandoli a 0,20 punti al di sotto del livello di riferimento, e quelli sulle overnight repurchase facility, portate a 0,05 punti al di sotto della stessa soglia.

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    Riccardo SorrentinoRedattore

    Luogo: Milano

    Lingue parlate: Italiano, francese, inglese

    Argomenti: Economia internazionale, politica monetaria, dati macroeconomici, Francia

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