ServizioContenuto basato su fatti, osservati e verificati dal reporter in modo diretto o riportati da fonti verificate e attendibili.Scopri di piùLa riunione di giugno

La Fed valuta un rialzo da 0,75 punti ma rischia di apparire in preda al panico

Il rischio è quello di far apparire la banca centrale come in preda al panico perché troppo indietro rispetto all’inflazione

di Riccardo Sorrentino

Nuova stretta della Fed, mercoledi' l'aumento di mezzo punto percentuale

4' di lettura

Recuperare il terreno perduto. Prima che sia troppo tardi. Come, però? È un momento importante, questo, per la Fed che a giudizio di molti si è mossa troppo lentamente contro un'inflazione sicuramente sostenuta da fattori squisitamente sul lato dell'offerta, non aggredibili dalla politica monetaria - le interruzioni nelle forniture, il rialzo dei prezzi del petrolio, del gas e delle materie prime dopo l'invasione dell'Ucraina - ma altrettanto sicuramente alimentata dal lato della domanda dagli extra risparmi, ampiamente usati alla fine della pandemia, e dalle politiche fiscali molto generose.

L’ipotesi di un rialzo aggressivo

È così che trovano spazio - e vengono riflessi dai prezzi - indiscrezioni come quella che immagina, o forse rivela, un rialzo di 75 punti base, invece di 50 finora previsti, dopo la riunione di politica monetaria di oggi, dopo l'aumento di mezzo punto di maggio allo 0,75-1%. Con un punto d'arrivo della stretta fissato al quattro per cento. È il Wall Street Journal che ne ha parlato, lunedì 13 giugno, citando numerosi analisti; il Financial Times il giorno dopo ha seguito la stessa strada.

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Una Fed nel panico?

È probabile che il comitato di politica monetaria ne parlerà, nella sua riunione di giugno, ma non è detto che verrà davvero presa questa strada. Per un motivo semplice: accelerare ulteriormente darebbe ai mercati l'idea dell'urgenza, della necessità di correre. Farebbe apparire la Fed - che continua a difendere le scelte compiute finora - come in preda, per così dire, al panico.

Aspettative elevate

ASPETTATIVE DI INFLAZIONE DI MERCATO
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Non è la strada giusta, non sembra: la politica monetaria agisce plasmando le aspettative, che sono sicuramente aumentate ma non possono essere ancora considerate del tutto fuori controllo, soprattutto nel lungo periodo. In ogni caso, molto meglio assumere un orientamento più restrittivo proiettandolo nei prossimi mesi che dare l'impressione che occorre risolvere un problema subito. Con il rischio, di cui i mercati già parlano, di andare troppo oltre, di scatenare una recessione.

Un richiamo alla cautela

Cosa accadrebbe, si chiedono per esempio Khrisna Guha e Peter Williams di EvercoreIsi se il mese prossimo le cose non fossero cambiate? Un secondo rialzo da 75 punti base sarebbe inevitabile... È vero, c'è spazio - e tempo - prima che i tassi reali diventino positivi, ma la decisione di un rialzo più incisivo va presa con cautela.

La normalizzazione delle condizioni finanziarie

L’INDICE FED CHICAGO DELLE CONDIZIONI FINANZIARIE
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Quel che occorre è che i mercati, ordinatamente, facciano una parte importante del lavoro della Federal reserve. Oggi hanno capito che la Fed vuol fare sul serio - forse anche “troppo” - e stanno portando la condizioni finanziarie verso un territorio restrittivo. L'indice di Chicago, che le misura sulla base di più di cento indicatori diversi in modo da tener conto di tutta la catena di trasmissione della politica monetaria, è ormai salito a quota -0,278 dopo aver toccato un minimo - durante la pandemia - di -0,725. Ancora a gennaio era a -0,60 e quota zero - che coincide per costruzione con la media di lungo periodo - può essere considerato, con qualche riserva, il confine tra un'area di “espansione” monetaria e una restrittiva.

Occupati ancora in crescita

NUMERO DEGLI OCCUPATI NON AGRICOLI
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Anche così, gli Stati Uniti sono evidentemente ancora lontani da una fase restrittiva. I tassi reali sono ancora ampiamente sotto zero – lungo tutte le scadenza e soprattutto quelle più brevi, che riflettono e incarnano la politica monetaria – malgrado il rialzo dei rendimenti. La forza del mercato del lavoro, che non ha cambiato direzione, e quello delle retribuzioni, parlano di un'economia malgrado tutto in buona salute. L'idea della Fed, di raffreddarla senza mandarla in recessione – per quanto azzardata – può ancora trovare sostenitori.

Il dilemma dell’inflazione

INFLAZIONE USA
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È anche possibile che la Fed voglia veder più chiaramente cosa si nasconda dietro il piccolo calo dell'inflazione Pce di aprile (i dati di maggio non sono ancora disponibili) dal 6,6 al 6,3%. I mercati hanno dato molta importanza al rialzo dell'indice Cpi di maggio, salito dell'8,6%, ma non è questo l'indice di riferimento della banca centrale Usa, che preferisce guardare - perché meglio riflette l'effetto della domanda interna - l'indice degli acquisti personali, a sorpresa in calo ad aprile. Non c'è spazio per compiacimenti, ovviamente: la media a 36 mesi dell'inflazione, scesa fin sotto l'un per cento nel periodo della lowflation, ha toccato l'obiettivo del 2% a ottobre e da allora è salita, fino a toccare il 2,7%. La stretta va continuata, anche se non necessariamente “a strappi”.

Una decisione delicata

È allora, quello dei 75 punti base, uno scenario da escludere? No. A questa Fed, a differenza di quella di Ben Bernanke - dare indicazioni per un futuro troppo lontano non piace molto. Di fronte all'incertezza ha sempre preferito un approccio pragmatico, legato ai dati, rinunciando al compito di ridimensionare l'incertezza stessa e quindi, in parte, a quello di plasmare le stesse aspettative. In questo senso non si può escludere l'“errore” di una manovra eccessiva. Anche perché, a questo punto deludere i mercati potrebbe lanciare il messaggio sbagliato: non quello che esprime prudenza, ma quello che incarna la volontà di essere più colomba di quanto probabilmente desiderato.


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