Aharon Appelfeld

La fede del partigiano

di Sergio Luzzatto

default onloading pic
. Marc Chagall, Rabbino con il rotolo della Torah, 1930, Stedelijk museum, Amsterdam


4' di lettura

«Ero come un agnello mansueto che viene portato al macello, non sapevo che essi tramavano contro di me, dicendo: “Abbattiamo l’albero nel suo rigoglio, strappiamolo dalla terra dei viventi; il suo nome non sia più ricordato”» (Geremia, 11, 19). Nel giorno di Capodanno del 1942, il versetto biblico ha ispirato – per contrasto – il manifesto rivolto da Abba Kovner ai partigiani ebrei del ghetto di Vilnius, Non andiamo al macello come agnelli! Settant’anni dopo, il nesso tra il versetto biblico e il manifesto di Kovner ha ispirato, sostenuto, sublimato la narrazione di Aharon Appelfeld in un romanzo tradotto ora da Elena Loewenthal per l’editore Guanda, Il partigiano Edmond.

Abba Kovner aveva ventitré anni nell’inverno del 1941, quando fu capace di intuire ciò che i nazisti stessi non avevano ancora consegnato al protocollo della conferenza berlinese del Wannsee. Cioè che il massacro degli ebrei inaugurato all’Est dopo l’Operazione Barbarossa non obbediva unicamente a logiche repressive locali; che corrispondeva a un disegno globale, coerente e sistematico, di sterminio di tutti gli ebrei d’Europa. Da questa sinistra intuizione, la perentoria conclusione del manifesto di Kovner. Cioè che l’unica risposta moralmente degna al piano nazista di sterminio fosse la scelta degli ebrei di difendersi in armi, da «liberi combattenti». Nonostante la totale asimmetria delle forze in campo. Nonostante la difesa fosse votata al martirio. Morire, sì. Ma non come agnelli mansueti. Morire combattendo. Sforzandosi fino all’ultimo di rendere il colpo.

Aharon Appelfeld aveva dieci anni nell’autunno del 1942, quando – figlio unico e orfano di ebrei assimilati di Bucovina – trovò la maniera di evadere da un campo di concentramento in Moldavia e lungamente visse alla macchia, nelle foreste, tra gruppi di marginali e bande di criminali, prima di essere raccolto dall’Armata Rossa e riuscire infine a imbarcarsi, nel 1946, dall’Italia verso la Palestina britannica. In Israele, Appelfeld sarebbe poi divenuto scrittore e professore di letteratura. Ma per l’intera sua vita, Appelfeld non avrebbe smesso di rivivere i quattro o cinque anni seguiti all’inverno 1941-42. Avrebbe infaticabilmente rielaborato l’esperienza di quella stagione fondativa non solo per lui, ma per il popolo cui apparteneva, e per lo Stato che i resti di quel popolo si preparavano a creare attraverso la guerra d’indipendenza.

Edmond – senza cognome, la voce narrante di un romanzo scritto in prima persona – ha diciassette anni quando fugge dalla stazione ferroviaria dove i suoi genitori sono stati raccolti, con gli altri abitanti di un ghetto imprecisato, per essere caricati sui carri bestiame e partire verso qualche camera a gas. Edmond si unisce allora a una comunità di tre o quattro dozzine di individui, uomini e donne, che sopravvivono in una foresta dei Carpazi sotto la guida di un capo carismatico chiamato Kamil. Inizialmente il loro arsenale è modesto, appena una manciata di fucili e di pistole; e modesti sono i loro obiettivi militari, l’una o l’altra casa di contadini ucraini o ruteni, da svaligiare a mano armata per ottenere di che sfamarsi e di che scaldarsi. Tuttavia, dopo avere organizzato una vita comunitaria nei bunker del sottobosco, i partigiani ebrei rivedono al rialzo le loro ambizioni. Arrivano al punto di intercettare i convogli destinati ai campi di sterminio. Li fanno deragliare con l’esplosivo, e ne liberano i passeggeri, e li recuperano alla vita. Salvo incorrere nell’urto fatale tra un’Armata Rossa in avanzata e una Wehrmacht in ritirata, e uscirne decimati.

La trama di questo romanzo di Appelfeld riecheggia la trama dell’unico romanzo di Primo Levi, Se non ora, quando? E anche qui il registro narrativo risulta improntato, più che a uno scrupolo di mimesi storica, a una vertigine di trasposizione epica. Ma quanto in Levi poteva suonare apertamente (e quasi giocosamente) letterario (e a suo modo ridondante, o addirittura scolastico), in Appelfeld suona così asciuttamente necessario da riuscire altrimenti profondo, e quasi quasi metafisico.

Sia la forza sia il limite dello Stato di Israele stanno nell’avere posto la Bibbia al centro del suo mito di fondazione. Lo sa bene Aharon Appelfeld, talmente bene che Il partigiano Edmond va letto come una parabola sul ruolo della tradizione religiosa nella nascita dell’ebreo nuovo. Dapprima scomposta, irreparabilmente sfilacciata, la comunità di combattenti guidata da Kamil costruisce la propria unità sul ritrovamento in una casa abbandonata – abbandonata da ebrei, evidentemente – di una minuscola biblioteca di libri sacri. Aggiungendosi al rinvenimento di alcuni candelieri, il ritrovamento dei libri sacri restituisce un’ascendenza a quanto rimane in vita del popolo del Sabato e del Libro: «senza i loro libri saremmo orfani». Senonché il mito biblico di fondazione dell’Israele moderno viene coltivato tanto più scrupolosamente, in quanto coloro che lo coltivano sono ormai ebrei senza Dio: «”La preghiera è dentro di me, ma non la fede” mi confessò Isidore in quel momento cruciale».

Come si conviene a una parabola, i protagonisti di questo romanzo non aspirano a riuscire realistici, valgono da figure piuttosto che da personaggi. Oltre a Isidore – l’orante non credente – ecco nonna Tsirel, l’ultima incarnazione genuina della religione avita. Ecco Salo, l’infermiere della banda, che avendo perso nel ghetto la moglie e le figlie non vive più per se stesso, vive unicamente per gli altri; non dice più «io», dice unicamente «tu». Ecco Mikhael, il bambino che passa il tempo, nella foresta, a studiare aritmetica e geometria, e che dei suoi genitori non parla al passato ma al presente, «come se fosse andato in una colonia estiva e stesse aspettando che lo vengano a prendere». Ecco Danzig, l’ex libraio, che come un padre si prende cura di Milio, la mascotte della banda: due anni e mezzo, i genitori perduti chissà come e chissà dove, e un mutismo tenace, non una singola parola pronunciata per mesi e mesi, fino a quando decide di sillabare «papà».

Ed ecco Kamil, il capo. Che cadrà ucciso alla vigilia della Liberazione. Ma non prima di avere trasmesso ai compagni una fiducia piena – granitica – nell’assistenza indefettibile del Dio degli Eserciti. Una «fede così chiara» da domandarsi dove mai avesse trovato le forze per cercarla: «La nostra guerra non è soltanto per sopravvivere. Se non usciremo dai boschi pienamente ebrei, sarà segno che non abbiamo imparato nulla». Una fede così chiara da poter divenire, essa stessa, una fede feroce.

Brand connect

Loading...

Newsletter

Notizie e approfondimenti sugli avvenimenti politici, economici e finanziari.

Iscriviti