L’indice mondiale

La felicità? Abita in Finlandia. L’Italia recupera ma resta giù

Diffusi i dati del World Happiness Report. I ricercatori sorpresi nel constatare che «non c'è stato un declino nel benessere generale». La spiegazione: «La gente vede il Covid-19 come una minaccia comune ed esterna che tocca chiunque»

di S.U.

La felicità? Abita in Finlandia. L’Italia recupera ma resta giù

4' di lettura

Si può stendere una classifica della felicità? Una classifica collettiva della felicità, individuando ad esempio se c'è o meno una popolazione più felice di un'altra? E soprattutto ci si può porre questa domanda nell'anno del Covid? A tutte queste domande la risposta è sì. Anche quest'anno infatti sono stati diffusi i dati del World Happiness Report redatto dalla United Nations Sustainable Development Solutions Network in base ai dati del Gallup World Poll. Subito un chiarimento questo non è il Fil, la felicità interna lorda, indice ormai stabilmente introdotto in uno Stato come il Bhutan e oggetto di dibattito anche in altri Paesi. Questo è un classico indice, di quelli cioè che mette insieme i più classici degli indicatori economici come il tasso di disoccupazione, l'aspettativa di vita per gli anziani, il sistema scolastico, la stabilità economica e l'adeguatezza degli stipendi.

Prima le sorprese e poi il vincitore

La sorpresa è che l'Italia risale questa classifica di tre posizioni passando dal 28esimo posto al 25esimo. Ora si può considerare il risultato “nonostante” l'emergenza che stiamo vivendo e si può considerare il risultato riflettendo invece sul fatto che in ben 24 Paesi si vive meglio che il nostro. A differenza di altri Paesi, secondo i ricercatori del World Happiness Report, la risposta dell'Italia al virus è stata insoddisfacente, principalmente per una scarsa adesione della popolazione alle misure richieste e i pochi controlli, nonostante le misure messe in atto nei primi mesi della pandemia fossero stringenti.

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Il Paese vincitore

E adesso il vincitore: in testa alla classifica c'è la Finlandia. La motivazione? Questo posizionamento è da attribuire principalmente alla fiducia della popolazione nei confronti della propria comunità, elemento che in questo momento di pandemia ha contribuito a proteggere il benessere delle persone, si legge nel report. Esattamente il motivo, opposto, che spiega il risultato italiano.

Cosa ha esaminato il report

Il report ha cercato di rispondere a una domanda fondamentale: perché i tassi di mortalità sono così diversi nel mondo? Il dato è infatti molto più alto in America e in Europa rispetto ad Asia, Australia e Africa. I fattori determinanti includono: l'età della popolazione, l'essere un'isola o meno, la prossimità ad altre zone altamente infette. Alcune differenze culturali, inoltre, hanno ulteriormente contribuito a modificare il tasso: la fiducia nelle istituzioni pubbliche; la conoscenza maturata in epidemia precedenti; la disuguaglianza nel reddito; la presenza di una donna come capo del governo e persino la probabilità di ritrovare i beni smarriti, come un portafoglio.

I risultati nel mondo

«L'esperienza dell'Asia dell'Est mostra che politiche stringenti non solo hanno controllato la pandemia in modo efficace, ma hanno anche contrastato l'impatto negativo dei bollettini giornalieri relativi alle infezioni sulla felicità delle persone», afferma Shun Wang, professore del Development Institute Coreano. Il report analizza infatti come la questione della salute mentale è stata una delle grandi ricadute della pandemia, ma anche del conseguente lockdown. «Quando la pandemia è iniziata, c'è stato un significativo e immediato declino nei livelli di salute mentale in diversi Paesi. Le stime variano molto a seconda dei criteri di misurazione adoperati, ma il dato qualitativo è simile».

Nel Regno Unito, per esempio, a maggio 2020 il tasso generale di salute mentale è stato di 7.7% inferiore rispetto a quanto previsto se non ci fosse stata la pandemia. Il numero di problemi legati alla salute mentale è stato superiore del 47%. «Vivere a lungo è ugualmente importante che vivere bene. In termini di numero di anni di vita “felici” a persona, il mondo ha fatto grandi progressi negli ultimi decenni, che persino il Covid-19 non è riuscito a cancellare del tutto», commenta Richard Layard, co-direttore del Well-Being Programme del Centre for Economic Performance della London School of Economics. Come è facile immaginare, visti i vari lockdown dell'ultimo anno e il distanziamento sociale, la pandemia ha avuto un significativo effetto sul lavoro, limitando i contatti tra colleghi e causando un aumento del senso di solitudine e di isolamento soprattutto in chi già ne pativa gli effetti.

Il peso della solitudine

«Nelle mie ricerche precedenti, si è evidenziato come lavoratori soddisfatti sono del 13% più produttivi - racconta Jan-Emmanuel De Neve, direttore del centro di ricerca sul benessere dell'Università di Oxford -. Questa ricerca dimostra che la felicità non dipende dalla busta paga e che i rapporti sociali e il senso di identità sono fattori molto più importanti. Queste conclusioni ci fanno pensare a un futuro del lavoro “ibrido”, con un maggiore equilibrio tra attività in ufficio e in remoto, in modo da poter mantenere le relazioni sociali più agevolmente e assicurare una maggiore flessibilità per i lavoratori. Siamo stati sorpresi di vedere che in media non c'è stato un declino nel benessere generale, misurato sulla base della valutazione soggettiva delle persone e delle proprie vite. Una possibile spiegazione è che la gente vede il Covid-19 come una minaccia comune ed esterna che tocca chiunque e che ha generato un maggior senso di solidarietà ed empatia». «È stato un anno molto duro ma i dati mostrano dei significativi segni di resilienza, come la volontà di connessione sociale e la valutazione delle proprie vite», conclude Lara Aknin, professoressa dell'Università Simon Fraser.

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