La memoria della cenerE di Chiara Marchelli

La felicità è senza nome. Ecco il romanzo di chi ha scelto di scappare lontano

di Serena Uccello

La memoria della cenere

4' di lettura

Fermarsi è certo una decisione, poi un proposito, un atto. Ma fermarsi può essere, prima dell’azione, un sentimento e una condizione. Il sentimento del vivere per vivere. La condizione dell’appropriazione di sè o delle riappropriazione. Fermarsi è un movimento. Descriverlo, questo moto, è in narrazione la più impervia delle avventure. Chiara Marchelli in La memoria della cenere dal 24 gennaio in libreria per NNEditore la compie: il risultato è straordinario.

Elena, la protagonista di queste pagine, vive a New York (come Chiara) dove ha un lavoro (è una scrittrice come Chiara) e un compagno. Tutto si ferma di colpo perché nella testa di Elena “esplode” un aneurisma. L’ospedale, la convalescenza, la decisione di tornare in Europa . A casa. Patrick è francese, Elena italiana. Scelgono di tornare a Mézac il paesino d’origine di Patrick. «Non era mio, ed era per quello che lo volevo, Un luogo che non somigliava a ciò che non ero più». La guarigione è la vita che decide, il flusso incontrollabile, l’evento che innesca dinamiche impreviste e inaspettate. O anche l’occasione per realizzare un’urgenza, taciuta, accantonata.

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Una nuova casa, un luogo animato da un ritmo, apparentemente lento. Quello placido dei microcosmi in cui le relazioni si tramandano come il dna, in cui le amicizie dei figli sono le medesime dei padri. La luce qui è tersa, quasi sempre quella dell’autunno, perché il tempo di chi deve ricominciare è lento come quello delle giornate che vanno verso il sonno. Una visita, quella di due genitori che vanno ad accudire la figlia, cambia la velocità dei pensieri. Dilata il presente, recupera il passato e aziona nuove proiezioni sul futuro.

«Per sempre separati, per sempre altrove. Siamo partiti, diventati un'altra cosa. E,
come noi, ciò che abbiamo lasciato: c'è, ma è cambiato; cresciuto, modificato,
diverso da quello che è rimasto dentro i ricordi. Porta con sé le persone che lo
abitano e che cambiano a loro volta invecchiando, creando tra loro il tessuto
dell'esperienza condivisa, la storia comun
e che ci esclude, perché, semplicemente, non siamo presenti. Al nostro ritorno ci guarderanno tutti con occhi pieni di sospetto e saranno sollevati quando ci saluteranno per tornare a quello che, anni fa, noi a differenza loro abbiamo scartato. Sei partita? penseranno in fondo, Bene, là dovevi rimanere. Qui è casa nostra, tu a questo non appartieni più...».

Le dinamiche dell’individuo diventano anche quelle della natura (e viceversa). Il vulcano di Mézac (invenzione dell’autrice), dopo anni di inattività, erutta. La “forzata” convivenza scatena una nuova eplosione. Cosa lega due anziani coniugi? Cosa li lega ai figli? Quali ricatti passano attraverso l’amore e quali sono le fughe che la libertà non risolve? Fino ad arrivare a un finale aperto.

«Mia madre continua a camminare, non è la prima volta che glielo dico, quando ci torna su la rassicuro così: Non è una fuga da voi. Una volta ho anche aggiunto che all'inizio magari sì, tutti gli adolescenti scappano dai genitori, ma poi no, poi si diventa adulti e continuare a scappare da mamma e papà a quarant'anni è ridicolo. Si era tranquillizzata, o così mi era sembrato. Ma le mie rassicurazioni sono sempre sollievi temporanei, che ingoia per non sprecare il tempo insieme. Si sveglia tutto di notte, l'incantesimo di un seme di limone trasformato in una selva...».

Se la scrittura rende straordinario e unico ciò che è normale, allora è la scrittura di Chiara Marchelli ad essere straordinaria. La restituzione del consueto passa attraverso uno sguardo capace di coniugare empatia e lucidità, intuizione e chiarezza di visione. La lingua è una lama di cristallo. Non c’è parola che sfugga alla Marchelli e la parola è sempre quella giusta.
«Sono fatti di nulla, i momenti di felicità. Una parola che non mi è mai piaciuta. Non vuol dir niente, felicità. O meglio, non è cosa che si possa contenere per guardarci dentro. Una cuspide, un dardo, lo zenit di una spinta fortunata verso l'alto. Non è una condizione, manca della staticità necessaria. La felicità è un anelito mobile e impreciso, e non dovrebbe avere nome».

Le sue restituzioni più felici sono quelle in cui decifra e cristallizza le dinamiche relazionali. Colpisce il modo in cui supera il limite dell’esprimibile. Ciò che noi viviamo e che in noi scorre, nelle pagine della Marchelli diventa narrazione, non di trama, ma di nessi.

«... Mio padre non capirebbe, penserebbe che voglio sminuire invece di cogliere il punto vero: se Patrick facesse tutto questo soltanto per me, saremmo già saltati in aria . Lo sa lui, lo so io: in questa cura per me, nel suo nutrire il mio corpo e nel suo starmi accanto, c'è la soddisfazione di un bisogno esclusivo e suo. Non mi spaventa questa verità: siamo liberi di trovare nell'altro lo spazio per finire di comporre noi stessi. È questa, dopotutto, la natura dell'amore quando è onesto. Se mio padre fosse in grado di formulare questa ipotesi, si renderebbe conto che lui ama nello stesso modo...».

Colpisce la sapienza dell’equilibrio, la maestria in base alla quale la strutturazione della frase detti il passo della lettura. L’ansia di andare avanti per scoprire e l’urgenza di tornare indietro per rileggere ed ancora rileggere. La Memoria della cenere è un romanzo in cui giunti all’ultima pagina vorresti ricominciare dalla prima perché sai che la nuova lettura sarà diversa dalla precedente e nuove scoperte ti attendono. Opera perfettamente compiuta di una voce matura e maestra.

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