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La fiaba Dior nella galleria degli specchi di Versailles è (anche) femminista

Anche Lanvin, Schiaparelli, Giambattista Valli e Balmain nella tornata finale di una kermesse digitale più appassionante del previsto

di Angelo Flaccavento

4' di lettura

E alla fine, più del bigiume, più delle negazioni e delle rinunce, potè la sana e umana voglia di divertirsi e folleggiare, di fuggire dalla realtà e rifugiarsi in una dimensione parallela. La vena edonista della moda parigina si rinforza ogni giorno che passa, agli sgoccioli della kermesse digitale, molto più appassionante di quanto a tutta prima si annunciasse.

Maria Grazia Chiuri ambienta il film Dior nella galleria degli specchi dello Chateau de Versailles, luogo fiabesco e mitologico quanto opulento e roboante di ori e stucchi rocaille. La fiaba è il tema di stagione, naturalmente. L'opus, misto non perfettamente coeso di fashion film e sfilata a porte chiuse, è in verità fosco alquanto e per nulla edonista: una fiaba nera che non rassicura, e che non a caso si intitola “Bellezza disturbante”. Disturbante come occupare la galleria degli specchi per poi negarla attraverso un apparato scenico acuminato e pauroso. Per Michel Foucault le immagini riflesse in uno specchio costituiscono un non luogo: quale migliore metafora per l'urgenza escapista che ci attanaglia da che anche mettere semplicemente il naso fuori casa è diventato un evento?

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Dior, la bellezza disturbante delle fiabe

Dior, la bellezza disturbante delle fiabe

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Come negare che per molti lo specchio, ovvero il doppio di sè, è stato l'unica compagnia di confino? C'è dell'altro. Il rapporto di una donna con il proprio io specchiato è complesso; minato da tabù e schemi radicati. La narrativa femminista è parte del racconto Dior nella visione di Chiuri, che a questo giro collabora con l'artista Silvia Giambrone per il set e con la ballerina Sharon Eyal per la coreografia. Giambrone copre gli specchi di cera; li fa germinare di spine e aculei. Le ballerine ci danzano davanti, si graffiano anche - Gina Pane con le spine e le rose scrisse pagine memorabili di body art - mentre le modelle camminano inesorabili, il foulard legato in testa, le scarpe piatte e le gonne a ruota come usava negli anni cinquanta, al limite con il giubbotto di pelle e i pantaloni di tweed da aviatore. L'immagine colpisce per due motivi: è lugubre - il vestito rosso finale, così sanguigno, inquieta proprio, per non parlare degli occhi fumigati e degli sguardi torvi - mentre evidenzia uno scollamento tra la narrativa filmica e gli abiti stessi, tra fiaba e collezione, problema che in Dior persiste da tempo. Il femminismo progressivo e progressista della teoria, infatti, rovina in silhouette femminili nella maniera più tradizionale. Silhouette alle quali è impossibile sfuggire, perché parte dei codici della maison, settati per sempre da un uomo con quanto di idealizzante ne consegue.

Di suo, e di moderno, Chiuri ci mette una leggerezza e una essenzialità di tratto notevoli, oltre che una abilità rara con il prodotto: basterebbe così. Il resto, infatti, è solo cornice e accessorio.

Altrove è proprio una esplosione di edonismo festaiolo, tra Tik Tok generation e rich kids of Instagram. Da Lanvin, Bruno Sialelli dialoga con Jeanne Lanvin, la fondatrice, attingendo a piene mani ad un archivio fatto di tagli liquidi, piume vaporose e languori ruggenti, rimescolati in un collage deragliante, compiaciutamente sciocchino, e presentati in un videoclip degno di MTV girato nelle stanze dell'hotel Shangri-La di Parigi. Come dire: festa sempre e comunque. Il costume è dietro l'angolo, e la coerenza va alle ortiche, ma c'è energia.

Da Schiaparelli, Daniel Roseberry ha trovato la chiave di lettura ideale, per quanto riduttiva, per un marchio in effetti di difficile lettura. Amplificando al massimo i surrealismi e tingendoli di oro - occhi, parti del corpo, dita dei piedi - Roseberry ha infatti creato un sistema di segni ad alta visibilità, usati come dettaglio e punteggiatura di silhouette nette, attirando la clientela oggi trainante: donne che vivono in streming continuo, magari solo sui social media. Il kitsch deliberato soppianta l'eleganza, ma c'è personalità, anche quando di citano le guepiere iconiche di Gaultier (questa stagione in cima ai pensieri di molti). Gli accessori poi sono un delirio, perfetto per gli open brag- il vanto pubblico - internettiani.

Da sempre funambolo degli opposti, in equilibrio tra linee secche come segni di matita e fioriture evanescenti e vaporose, Giambattista Valli crea un dialogo energico tra Roma, luogo di nascita, e Parigi, città d'adozione, tenendo a mente, come nuova Valli girl, nientemeno che Paolina Buonapate Borghese, la sorella anticonformistai di Napoleone imperatore, ritratta nuda come Venere vincitrice da Antonio Canova. Le mussole impero sono riservate in verità al finale, perché a stabilire il tono sono abiti cortissimi, con o senza maniche scultoree, issati su zeppe trampolo. Parigi, in questo racconto, è affair di chanellismi e gambe nude, Roma di volumi barocchi e romanticismi, e Valli sta nel mezzo, bifronte come non mai.

Da Balmain, in fine, Olivier Rousteing prende letteralmente il volo, trovando un tono di espressione decisamente piú dinamico, accentuato dallo show a tema aereo con tanto di sfilata sulle ali di un aeroplano e allunaggio o ammartaggio finali. Qui non ci sono mezze misure, dalle uniformi agli abiti paracadute, ma va benissimo. Rousteing è un eccessivo: sempre autentico e viscerale, quindi da apprezzare.

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