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La fiducia nella ripresa economica non è un semplice rimbalzo post pandemia

L'analisi di Intesa Sanpaolo-Prometeia evidenzia come il nostro tessuto industriale esprima un vantaggio comparato – in diverse sue performance – rispetto a quello francese e a quello tedesco

di Paolo Bricco

3' di lettura

Più forza che paura. L'imprenditoria italiana, che con la sua vitalità strutturale ha tenuto in piedi negli ultimi trent'anni il Paese del debito pubblico e delle rendite, si è rimessa in moto nel fattore produttivo più profondo, immateriale e insostituibile: la fiducia. E, questo, è successo nonostante un doppio vincolo: il problema delle materie prime e dei semilavorati, che in molti segmenti produttivi sono carenti perché assorbiti dalla manifattura asiatica (la parola della paura per l'economia occidentale è, ormai, “shortage”), e le policy comunitarie ispirate a un ambientalismo astratto ed elettrofilo che, al limite dell'autolesionismo, stanno provocando un incremento dei costi energetici trasversale a tutta la manifattura europea e la destrutturazione di un comparto fondamentale come l'automotive.

Il rapporto dell'Istat sulla fiducia dei consumatori e delle imprese e l'analisi dei settori industriali di Intesa Sanpaolo-Prometeia fissano alcuni punti fermi, utili per ancorare il discorso sull'economia italiana a un piano di razionalità, un metodo che – nella compressione delle anime propria di un periodo storico unico come quello della pandemia – spesso viene obnubilato dal mescolare ogni cosa in un tutto indistinto, attribuendo lo stesso significato a drammi civili e ambientali come l'Ilva spiaggiata nella semi-nazionalizzazione e a chiusure programmate e motivate in pubblico da anni come quella della Whirlpool di Napoli, fino alle liquidazioni improvvise di stabilimenti da parte di fondi di investimento stranieri che, senza alcuna attenzione per le relazioni industriali e in spregio a ogni galateo economico e sociale, hanno spedito mail e WhatsApp di licenziamento ai lavoratori un minuto dopo avere acquisito la possibilità giuridica di farlo.

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Primo punto: il miglioramento della fiducia non è un fenomeno di illusione ottica e non è un semplice rimbalzo successivo alla depressione degli ultimi mesi. La sua consistenza è testimoniata dal raggiungimento del punto di massimo dal marzo del 2005, quando l'Istat ha iniziato a monitorare l'attitudine emotivo-strategica del sistema industriale nel suo complesso. I 116,3 punti sono, allo stesso tempo, un punto di arrivo e un punto di partenza importante: basti pensare che, nel maggio del 2020, l'indice di fiducia delle imprese era caduto a 53,4 punti. Le cose, dunque, stanno cambiando. E' vero che interi settori – come l'edilizia – sono finanziati dall'erario con i bonus fiscali. Ma è altrettanto vero che, ancora una volta, i settori più esposti alla concorrenza internazionale si stanno muovendo bene.

In particolare – e questo è il secondo punto che va assorbito ed espresso in ogni discorso razionale sull'economia italiana di oggi – l'analisi di Intesa Sanpaolo-Prometeia evidenzia come il nostro tessuto industriale esprima un vantaggio comparato – in diverse sue performance – rispetto a quello francese e a quello tedesco. Naturalmente il problema è, in questo momento, la disomogeneità fra i settori, con per esempio la moda in una rilevante difficoltà. Ma, davvero, l'elemento che va sottolineato è come, nel meccanismo articolato e complesso dell'economia internazionale che si può osservare come una sorta di meccano tecno-manifatturiero e finanziario-innovativo, l'industria italiana non sia stata dimezzata, cancellata, eliminata. E, questo, nonostante la rimodulazione violenta degli equilibri internazionali e la necessità del mondo occidentale e dell'Atlantico – Europa e Stati Uniti – di trovare nuove misure e nuovi aggiustamenti, a fronte della maggiore forza e consapevolezza del mondo asiatico e del Pacifico.

In questo senso, l'attenzione maggiore va rivolta a una tabella posta a corredo della indagine dell'Istat sulla fiducia delle imprese. Il grado di utilizzo degli impianti è oggi intorno al 77,4 per cento. Interessanti le ragioni addotte dagli imprenditori come ostacolo alla produzione: soltanto due su cento indicano ragioni finanziarie, il che vuol dire che il denaro a basso costo garantito dalla Bce e il denaro pubblico considerato un rimedio alla pandemia stanno facendo effetto nel fare funzionare le fabbriche; invece, fra chi rileva un rallentamento della produzione, il 14,5% indica come ostacolo l'insufficienza degli impianti e soprattutto dei materiali. In particolare, dunque, il cerchio si chiude rispetto al tema degli approvvigionamenti nella nuova geo-politica e nella nuova geo-economia.

Non è facile. Un pezzo per volta, l'economia italiana – nel contesto macroeconomico del denaro a basso costo e della mano pubblica le cui quattro dita si chiamano P.N.R.R - ha ripreso tono e vigore. Ma, allo stesso tempo, la nostra manifattura si rende conto che la carenza delle materie prime e dei semilavorati, sempre più assorbiti dall'industria asiatica, può diventare un problema non di poco conto.

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