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La fiera, simbolo di civiltà che trascende l’economia

di Giovanni Battista Montini

(Ansa)

3' di lettura

Pubblichiamo il discorso dell’arcivescovo Giovanni Battista Montini alla presidenza e ai delegati degli espositori della Fiera Campionaria di Milano, tenuto presso la Veneranda Biblioteca Ambrosiana il 26 aprile 1956

L’invito che io ho avuto l’ardire di rivolgervi, e che voi avete avuto la compiacenza di accettare intende rendere onore ai rappresentanti delle Nazioni che la Fiera di Milano ha la fortuna di raccogliere intorno a sé; e vuole con ciò stesso tributare debito riconoscimento ai promotori di questo incontro internazionale non solo sul suolo della città di Milano, ma nell’ambito stesso della sua fervida attività; e allarga il suo deferente omaggio a tutti quelli che con la loro autorità, la loro collaborazione, la loro partecipazione conferiscono alla Fiera stessa un’importanza, che trascende le consuete manifestazioni similari, di puro carattere industriale e commerciale.

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È, o Signori, questa duplice ragione dell’aspetto internazionale e del valore spirituale che la Fiera è venuta a mano a mano assumendo nelle 34 sue progressive esibizioni, che ha a me suggerito di qua convocarvi, sembrando che l’uno e l’altro accentuato carattere non soltanto mi autorizzassero, ma quasi mi stimolassero a chiamare gli ospiti stranieri e i protagonisti di questa grande manifestazione del lavoro moderno in una sede, come la Biblioteca Ambrosiana dove propriamente questa presenza internazionale, può, a Milano, sentirsi in un suo onorifico e naturale domicilio, e dove ogni altra espressione spirituale trova amica accoglienza. Non meno che nel recinto della Fiera, qui nessuno è straniero; e chiunque ambisca salire i sentieri dell’umana cultura può qui sentirsi cittadino nella sua patria. E questa capacità di aprire le sue porte a così illustri e qualificati visitatori deriva a questa vetusta e celebre istituzione non pure dal fatto d’essere una biblioteca, e perciò uno scrigno ove i più vari tesori del pensiero umano vengono da secoli pazientemente e rispettosamente raccolti, ma ancor più dal fatto di essere una biblioteca fondata da un grande arcivescovo milanese, Federico Borromeo, e di essere perciò un santuario della cultura cattolica, voglio dire religiosa e universale.

E io godo perciò che qui questa sera la Biblioteca Ambrosiana e la Fiera di Milano si incontrino quasi a scoprire reciprocamente una loro singolare e naturale parentela, e quasi a scambiarsi i loro doni migliori.

Perché loro sanno, o signori, che agli osservatori oggettivi della bella mostra milanese è parso, così come è parso ai cultori amorosi della storia e del prestigio della nostra città, che questa esposizione rivelasse alcuni caratteri trascendenti il puro fatto economico, i quali meritavano di essere notati e additati alla pubblica estimazione, come appunto di già voci autorevoli hanno egregiamente fatto. Tali sono, ad esempio, le finalità umanistiche che la Fiera va ogni anno perseguendo con maggiore evidenza e con migliore efficacia. Così che valori di civiltà emergono sempre più luminosi dall’impresa che stiamo considerando e celebrando, per essere questa impresa documento sempre più chiaro della potestà della mente e della mano umana sul mondo, del progresso scientifico e tecnico, della pacifica ma ardente gara delle virtù inventive, operative, perfettive dell’uomo moderno, della sua sete di arte, di sapienza, di perfezione e di bellezza. E lo spirito, che emerge dalla materia e sulla materia imprime sempre più felice sigillo della sua presenza e del suo impero, ad un dato momento sente bisogno di riflettere su se stesso e di esplicarsi in altra forma e per altra via che non quella abituale del colloquio e della lotta con la materia e a tale riposo e a tale nuova attività soccorre qui a Milano, tra le tante istituzioni di cultura anche questa silenziosa e fervorosa biblioteca, prima ad accompagnare questa industriosa città nel suo sviluppo febbrile con le reminiscenze d’ogni altra e d’ogni propria cultura, con gli incantesimi e con gli sproni della sua storia, con le consolazioni della sua arte e della sua pietà.

Che se davvero in questa sede il lavoro e la cultura possono stringersi la mano, quasi viandanti per le medesime eccelse mete della civiltà cristiana, la missione internazionale di Milano trova pur qui una sua degna conferma; non soltanto infatti da questo centro lombardo si diramano fili di comunicazione commerciale in ogni parte del mondo, ma da esso partono altresì raggi di un suo messaggio spirituale nel quale echeggiano ricordi di un’incomparabile storia secolare, e vibrano ora note nuove e originali; questa appunto, ad esempio, del pesante e sapiente lavoro moderno lievitato e vivificato di spirito cristiano.

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