inchiesta

La filiera della moda in Puglia rinasce con il lusso made in Italy

Uno studio dell'Università di Bari certifica la ripresa del settore, grazie anche alle nuove generazioni di imprenditori che puntano sulla qualità

di Vera Viola


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Bozzetto di Tagliatore, una delle aziende simbolo della rinascita e del riposizionamento del sistema moda pugliese

4' di lettura

Tessile, abbigliamento e calzaturiero in Puglia ripartono. Lo rivela uno studio inedito curato da Federico Pirro, docente di Storia dell’Industria nell’Università di Bari. Per l’ateneo pugliese, dopo la lunga crisi e grazie alla visione di imprenditori lungimiranti, alcune aziende riescono a riposizionarsi producendo come “contoterzisti” per i marchi del lusso. «Questa scelta – rivela lo studio – ha portato alla rinascita in alcuni territori di tradizioni aziendali che, cambiata ragione sociale, hanno visto la costituzione di nuove imprese la cui rapida crescita è diventata oggetto di studio anche a livello internazionale».

Insomma, rinasce proprio quel comparto industriale che, pur avendo un’antica tradizione in alcune città e centri minori della Puglia - come Barletta, Trani e Molfetta, Putignano, Martina Franca, Nardò, Casarano, Matino e Tricase - nell’ultimo ventennio era stato investito da un duro processo di selezione, determinato dall’arrivo sui mercati di beni di qualità medio-bassa a prezzi molto più contenuti provenienti da Paesi del Far East, fino a causare la scomparsa di aziende storiche. Tra queste c’erano imprese che avevano raggiunto addirittura i 1.500 occupati, come le calzaturiere Filanto e Nuova Adelchi in provincia di Lecce. Ma anche molte pmi che erano riuscite a creare un proprio marchio, come nel settore degli abiti da sposa.

«Il settore del tessile, abbigliamento e calzature pugliese - precisa il professor Pirro – riparte grazie alla tenacia di numerosi imprenditori di seconda e terza generazione. Oggi si ripropone come fornitore contoterzista di qualità di grandi marchi del fashion nazionale divenuti consapevoli che produzioni di altissima qualità non erano fattibili in Paesi senza un’esperienza manifatturiera specifica». Alcune (non poche) imprese rinascono: è il caso – cita lo studio dell’università di Bari – della Leo Shoes di Casarano, nel Salento sud occidentale, industria calzaturiera che eredita la tradizione della Filanto. Riassumendo larga parte della manodopera prevalentemente femminile della vecchia azienda, l’impresa guidata da Antonio Sergio Filograna, dopo aver chiuso il 2012 con un fatturato di 11,8 milioni, ha raggiunto i 62 milioni di ricavi nel 2017, per poi balzare a fine 2018 a 109,7. Risultati tali da farle meritare una citazione dal Financial Times. «Con 576 addetti diretti più un indotto ragguardevole e un nuovo stabilimento in previsione con altri 100 occupati – scrive Pirro – oggi la Leo Shoes produce per marchi come Ferragamo, Gucci e altri affermati a livello internazionale del fashion, perché alla manodopera salentina si riconoscono abilità manifatturiere non facilmente reperibili in altri territori».

Un altro caso meritevole di menzione nell’analisi di Pirro è quello della Cofra di Barletta: azienda storica del suo territorio, dopo essersi affermata negli anni ’80 con le calzature sportive e da jogging con il marchio The Best Walker, ha intuito la minaccia della concorrenza dai Paesi asiatici e ha riposizionato la sua produzione puntando sulle “safety shoes”, calzature da lavoro di cui è diventata leader in Italia insieme a un’azienda concorrente del Nord. Questa società, diretta da Antonio Cortellino, ha chiuso il 2016 con 106,5 milioni di ricavi, il 2017 con 118,4 e il 2018 con un fatturato di 125,1 milioni, occupa 2.500 addetti, 2mila dei quali in laboratori in Albania e 500 a Barletta (questi ultimi con elevata professionalità nel design, nella logistica e nell’amministrazione) ed esporta quote rilevanti della sua produzione.

Ma anche numerose Pmi nel settore dell’abbigliamento si affermano come contoterziste di qualità e come produttrici con marchi propri ormai affermati. Sempre nel Salento, la Barbetta industria confezioni, guidata da Luciano Barbetta, è fornitrice di fiducia di grandi marchi del settore: nel 2016 ha fatturato 21,7 milioni, nel 2017, 32,7 e nel 2018, 45,4 milioni.

Tra le aziende che vendono con marchio proprio, nel Tarantino, nell’area di Martina Franca in Valle d’Itria, emerge la Confezioni Lerario con il suo marchio Tagliatore, che produce capispalla di alta qualità esportati in numerosi Paesi. Questa aveva ereditato la tradizione dei “cappottari” locali che dai primi del Novecento avevano prodotto cappotti e mantelle di bassa qualità venduti sui mercati settimanali. Tradizione che si è poi evoluta verso quella dei capispalla di qualità media e medioalta e che hanno reso oggi Martina Franca una delle aree del comparto più dinamiche del Mezzogiorno . Lì si trovano infatti altre aziende affermate come Angelo Nardelli, I.co.man 2000, Confezioni Tagliente.

Tuttavia, la rinascita descritta dallo studio dell’ateneo pugliese ancora non trova conferma nei dati sul settore. Il Centro studi di Confindustria Moda ha censito nel 2017 nel settore Tessile- abbigliamento 2.780 imprese, pari al 10% della manifattura regionale. L’export del tessile nel 2018 è cresciuto del 5,8% rispetto al 2017, mentre quello dell’abbigliamento ha subito un calo dell’1,4%. Le esportazioni di entrambi i comparti restano stazionarie. «L’attività per conto terzi non incide sui dati dell’export - chiarisce Federico Pirro – poichè viene imputata al committente».

«Riscontriamo dinamismo e interesse per le produzioni pugliesi – conferma Salvatore Toma, presidente della sezione moda di Confindustria Taranto, fondatore con il fratello Sergio della Toma Italian Brands, che produce abbigliamento uomo e donna – Ma il settore ha ancora tanta strada da fare. Abbiamo pochi marchi e un tessuto di piccole imprese ancora troppo restìe a fare accordi di filiera e consorzi per acquistare una dimensione più adatta alle esigenze di competitività sul mercato globale».

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