Sale in zucca

La fine del Qe e la caccia agli alleati

di Giancarlo Mazzuca

(Bloomberg)

2' di lettura

Con la fine del 2018, Mario Draghi ci lascia una pesante eredità: lui resterà a Francoforte, alla guida della Bce, sino al prossimo autunno ma, intanto, ci ha fatto dono di due “cadeaux” un po' ingombranti. Da una parte, infatti, si è appena conclusa la grande cuccagna con lo stop al “quantitative easing” che ha consentito alla banca centrale europea di venire in soccorso dei vari “partners” Ue con l'acquisto di titoli di Stato e, in seguito, anche di azioni di imprese della zona euro, dall'altra l'ultimo bollettino diffuso dallo stesso istituto ha messo in rilievo la particolare vulnerabilità attuale dell'economia italiana in un quadro generale che segna, un po' ovunque, tempo brutto all'orizzonte.

In una situazione così delicata, diventa, quindi, di basilare importanza per noi la scelta di un possibile alleato nella futura strategia europea e, in tal senso, Conte & C. hanno di fronte due possibili opzioni: quella francese o, in alternativa, quella tedesca. Cominciamo da Macron: l'Eliseo propone di riformare l'eurozona così come continua a caldeggiare l'istituzione di un ministero del Tesoro unico a livello continentale e pure il “via libera” ad un bilancio comune nell'Unione monetaria. Ma, pur cercando di trovare comunque un'intesa con Parigi, Berlino si dimostra sempre contraria a qualsiasi, diciamo così, “mutualizzazione” dei rischi nell'area comunitaria, a cominciare dagli oneri bancari. In tal senso, i tedeschi restano coerenti alla loro politica economica abituale: socializzare sì, ma solo quando loro ci guadagnano. E, in tal senso, propongono da anni qualcosa di diverso da quanto partorito dalla mente di Macron e chiedono il varo di un supercommissario alle Finanze che sorvegli e affianchi la Commissione europea nel compito di vigilare i bilanci degli Stati membri.

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Quale è la proposta migliore per l'Italia? Certamente è preferibile il piano avanzato dai francesi per diverse ragioni, due in particolare. Il primo motivo: il nostro debito pubblico sarebbe, in effetti, molto più gestibile se fosse inserito in una specie di “unicum” che comprende i disavanzi di tutti gli Stati dell'Unione. Il secondo motivo: sappiamo tutti che il nostro è un Paese “ingessato” che fa le riforme solo quando vengono imposte dagli altri. Questo non succederebbe se ci fosse, invece, una gestione comune del bilancio europeo: alla fine ci sarebbero certo meno veti incrociati e tutto si risolverebbe anche con un minor prelievo fiscale. In ultima analisi, potrebbe esserci, sia pur indirettamente, un rilancio del “made in Italy”.

Diverso il discorso se dovesse passare la proposta tedesca: in questo caso, assisteremmo probabilmente ad una recrudescenza delle spinte antieuropeiste con conseguenze anche politiche facilmente immaginabili. Certo, mai come negli ultimi mesi il presidente francese non si è fatto amare in Europa, per non parlare a casa sua con i tanti sabati di lotta dei “gilet” gialli. Ma come diceva Montanelli a proposito di votare la Democrazia Cristiana, in questo caso sarebbe meglio scegliere Macron pur turandoci il naso. Gli “sturm und drang” tedeschi hanno già dato.

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