Opinioni

La fine del tempo delle incertezze passa dalle riforme strutturali

di Riccardo Sorrentino

3' di lettura

È «il tempo delle incertezze»; e l’Italia, in questo «disordine globale» in cui è difficile trovare soluzioni semplici, resta l’ultima della classe. Il XXIV rapporto del Centro Luigi Einaudi dedicato all’economia globale e italiana, presentato ieri a Milano dall’economista Mario Deaglio, non poteva giungere in un momento simbolicamente più indicato: nei giorni, cioè, in cui si discute del Coronavirus cinese che fa temere una pandemia ma che, nel frattempo, pesa con certezza sull’economia globale e italiana.

Il cordone sanitario a Wuhan, la richiesta del governo di Pechino di prolungare le ferie rivolte alle imprese della megalopoli asiatica (molte producono trattori, fondamentali per l’agricoltura), il blocco dei viaggi potrebbero avere un impatto considerevole, anche sul nostro Paese. Si pensi solo ai turisti cinesi: cinque milioni di presenze che potrebbero venir meno quest’anno. «Se tutto questo durerà più di qualche settimana – ha spiegato Deaglio – inciderà sicuramente sul fatturato di questo settore». Senza dimenticare gli altri comparti, le macchine agricole italiane esportate in Cina, i semilavorati tecnici importati.

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Il Coronavirus non è ovviamente l’unico elemento dell’incertezza a cui è dedicato il rapporto; né il discorso può esaurirsi al solo ambito dell’economia.

Il volume pone al centro, innanzitutto il «disordine climatico» (anche se non si schiera nella discussione sull’origine antropica del riscaldamento globale) che causa importanti catastrofi naturali (cicloni, incendi di vasta portata, emergenze sanitarie) da considerare ormai strutturali.

L’interazione tra la nuova realtà del clima più caldo e il «disordine economico» sono molto importanti. Dopo la crisi del 2008-09, ricorda il rapporto, la crescita economica ha rallentato dappertutto, anche a causa di una forte frenata degli investimenti, sia pubblici che privati. Lo «scollamento tra la politica monetaria e politica fiscale» ha contribuito a generare questa situazione: a banche centrali molto generose si sono affiancati governi che «non hanno contribuito né con riforme sufficienti né con “investimenti pubblici coraggiosi”».

È un cerchio – questo tra scarsi investimenti, bassa crescita e politiche latitanti o addirittura controproducenti, come nella nuova ondata protezionistica – che va spezzato: secondo Deaglio e il suo team vanno realizzati investimenti soprattutto ecologici anche per far ripartire l’economia e, insieme, ridimensionare l’impatto strutturale del riscaldamento climatico.

La rallentata crescita delle economie, e quindi dei redditi si trasforma anche in una riduzione delle opportunità, spiega il rapporto che sottolinea per esempio l’aumentato tasso di suicidi nella classe media americana (soprattutto tra maschi, bianchi, tra 40 e 60 anni). L’incertezza creata dalla della digitalizzazione – e più in generale dalla tecnologia – rende il fenomeno anche più aspro. Il conseguente «risentimento degli esclusi» si manifesta allora in molti modi, compresi gli episodi ormai frequentissimi di «microcattiveria»: nelle scuole, dove peggiora il rapporto tra genitori e insegnanti; sui social, dove imperversano le fake news, e persino – più banalmente – nel traffico.

Vengono meno intanto alcuni importanti collanti sociali. Si assiste a una crisi delle religioni, evidente per esempio, ha spiegato Deaglio, nell’emergere pubblico dei contrasti interni alla Chiesa cattolica, tra sostenitori di Bergoglio e tradizionalisti contrari alle sue aperture. Si approfondisce la crisi delle ideologie: il liberismo, sotto il peso – spiega il rapporto – dell’«invecchiamento del capitale umano» causato dalle nuove tecnologie, e il socialismo. Un fenomeno che ha favorito «l’arrivo in politica di personaggi esterni, privi quindi del normale apprendimento della gestione del potere».

Alle due ideologie classiche si è così sostituito un sovranismo, che in Italia si è manifestato con una forte opposizione agli immigrati, e un pauperismo, che nel nostro Paese ha portato alla proposta di quota 100. Il “popolo” si è così schierato contro élite considerate apolidi, e persino il sapere «considerato tipico delle élite viene come minimo trattato con diffidenza, una complicazione inutile introdotta dalle élite stesse per valorizzarsi, mentre il semplicismo è una delle caratteristiche più radicate del populismo».

Questi fenomeni sono globali, e non tipici del nostro Paese. «C’è un particolarismo italiano. Pensiamo che qui le cose vadano tutte male e che all’estero vadano invece molto bene», ha detto Deaglio. È vero però che l’Italia è l’«ultima della classe». Dopo una prima fase di ripresa, nel 2018 si assiste a un “tilt”, un piegarsi del Pil la cui crescita ha decelerato fino a quota zero con alcuni settori scivolati decisamente in recessione. È una situazione da cui si può ripartire solo applicando la ricetta sempre invocata, ma mai realizzata: le riforme strutturali «che sono – spiega il rapporto – la chiave di volta della modernizzazione della società e dell’efficientamento del sistema economico, perché il sistema stesso torni a essere attrattivo per gli investimenti».

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