BANCA CENTRALE USA

La «finta» svolta della Yellen

di Donato Masciandaro

La sede della Fed a Washington (Reuters)

3' di lettura

Una rondine non fa primavera: la decisione della banca centrale americana (Fed) di aumentare i tassi di interesse, nonché annunziare genericamente – ancora una volta – altri eventuali aumenti è la classica tattica senza strategia: in presenza di un già alto livello di incertezza, il primo dovere di una banca centrale di un Paese avanzato è quello di fornire ai mercati una regola di politica monetaria che rappresenti la bussola che definisce il sentiero desiderato dei tassi di interesse, non certo quello di cambiare di volta in volta i tassi a singhiozzo in modo assolutamente discrezionale, per essere poi opportunisticamente in grado di fare tutto, ma anche il contrario di tutto. Le previsioni sui tassi non impegnano, le regole sì. E la Fed ha scelto ancora una volta di non impegnarsi.

La decisione della Fed di modificare il livello dei tassi di interesse era largamente attesa dai mercati finanziari e delle valute, come purtroppo era anche scontato che la Fed ancora una volta evitasse di fare quella che una moderna banca centrale dovrebbe fare per aiutare l'economia a tornare verso una situazione normale: esplicitare una vera regola di politica monetaria. Il fatto che la Fed segua una tattica senza strategia è tutto sommato accettabile – e forse anche gradito – dagli odierni mercati finanziari, il cui orizzonte temporale è sempre più di breve, anzi di brevissimo periodo. Per cui una politica monetaria ambigua non è necessariamente un male, se l'ambiguità aiuta le scommesse finanziarie, o le possibilità di assicurarsi contro le scommesse; tutto fa finanza. Ma non necessariamente quello che può piacere alla finanza ha effetti positivi sull'economia nel suo complesso. Anzi.

Loading...

Il grande dilemma macroeconomico che gli Stati Uniti oggi si trovano ad affrontare può essere riassunto nella domanda: quanto robusta è la presente congiuntura economica? La robustezza della crescita economica potrebbe trovare un duplice puntello nella politica monetaria, se la Fed – come ha fatto per quasi tre decenni, tra gli anni ottanta e gli inizi del millennio - ritornasse ad avere una condotta coerente con una regola di politica monetaria. Avere una regola significa che le decisioni sui tassi di interesse sono governate innanzitutto da target macroeconomici riconosciuti e credibili, che guidano le reazioni della banca centrale quando l'economia si allontana da tali target. La presenza dei target e della regola stabilizza la condotta della politica monetaria, e di riflesso dell'economia. Allo stesso tempo, ed in parallelo, aiuta a riconoscere i livelli di equilibrio dell'inflazione, ma anche delle variabili reali, dalla crescita alla produttività.

L'economia americana è ancora in grado di crescere strutturalmente ad un ritmo almeno del 2%, o tale capacità si è abbassata in modo duraturo?

Oggi l'economia americana avrebbe tanto bisogno di una regola monetaria, per poter meglio riconoscere sei i suoi tratti distintivi di fondo sono più o meno cambiati, e quindi valutare quando solide e durature sono le performance di questi mesi, nonché quando valide siano le ricette di politica economica che oggi vengono proposte dalla nuova amministrazione Trump.
Per essere concreti: l'economia americana è ancora in grado di crescere strutturalmente ad un ritmo almeno del due per cento, ovvero tale capacità si è abbassata in modo duraturo? Ed in parallelo: possiamo ancora considerare ottimale un tasso di inflazione del due per cento? Ed ancora: di quanto l'attuale tasso di cambio del dollaro deve aggiustarsi rispetto alla nuova normalità, in termini di crescita ed inflazione? Ed infine: quanto una politica fiscale “alla Trump”, che si annuncia come un mix di aggressività della spesa pubblica e di accondiscenza tributaria è compatibile con l'equilibrio macroeconomico complessivo?

La presenza di una regola monetaria avrebbe il benefico effetto di esplicitare quali sono i dilemmi macroeconomici che la Fed, ma di riflesso tutta l'amministrazione americana, ha oggi di fronte, e come li intende affrontare. Certo le regole monetarie possono aumentare le conflittualità tra i centri di decisione della politica monetaria. Lo stiamo toccando con mano nell'Unione Europea, dove il miglioramento della congiuntura economica sta avendo la paradossale conseguenza di aumentare gli attriti politici che riguardano le scelte della banca centrale europea (Bce). Ma se la crescita delle frizioni tra le miopie politiche da un lato e l'orizzonte di più lungo periodo di una banca centrale indipendente dall'altro aumentano la trasparenza delle scelte di politica economica e delle responsabilità dei vari attori sulla scacchiera, il gioco può valere la candela. Purtroppo negli Stati Uniti la banca centrale è istituzionalmente molto condizionabile dalla politica, per cui la scelta opportunistica fatta dai vertici della attuale Fed è stata quella di galleggiare, grazie alla discrezionalità. Alla lunga la discrezionalità fa male anche all'istituzione banca centrale, ma consente agli individui di mantenere il mandato fino alla naturale scadenza, o almeno di provarci. Ogni riferimento all'attuale presidente Janet Yellen non è assolutamente casuale.

Riproduzione riservata ©

Brand connect

Loading...

Newsletter

Notizie e approfondimenti sugli avvenimenti politici, economici e finanziari.

Iscriviti