Interventi

La flat tax difetta di equità ed efficienza

di Claudio De Vincenti


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(Adobe Stock)

3' di lettura

Messe in mano ai populisti, questioni cruciali per la coesione della società italiana e per il miglior funzionamento della sua economia, diventano oggetto di ubriacatura propagandistica. È il caso anche della struttura dell’Irpef, l’imposta personale sui redditi, per la quale è stata rispolverata dalla Lega la parola d’ordine della flat tax da utilizzare come grimaldello per forzare la mano sui conti pubblici e sullo scontro con la Commissione europea. E se al momento il tentativo di sforamento del deficit è stato respinto dal ministro dell’Economia, la flat tax resta comunque la “panacea universale” prospettata dal Governo come obiettivo finale.

E allora, prima che il sonno della ragione generi mostri, proviamo a mettere da parte le chiacchiere. Scopriremo che la flat tax non c’entra nulla con la riduzione del peso dell’Irpef e che propendere per la progressività è meglio sia sul piano dell’equità sociale che su quello dell’efficienza economica

Prima di tutto, la scelta del peso complessivo dell’Irpef e quella della sua struttura, ossia flat tax o progressività, sono questioni diverse. Le decisioni riguardo al gettito dell’imposta vanno prese in relazione all’equilibrio che si ritiene migliore tra le diverse fonti di entrata per lo Stato e tra queste e la spesa pubblica nel quadro delle compatibilità di bilancio. In generale, per considerazioni sia economiche che sociali, ritengo giusto ridurre la pressione fiscale complessiva e, al suo interno, il peso delle imposte che gravano su lavoro e impresa – quindi Irpef e Ires – relativamente ad altre forme di tassazione.

Una volta stabilito l’ammontare di risorse che si vuole raccogliere con l’Irpef, quello stesso gettito può essere ottenuto con diverse strutture dell’imposta. Ed è qui che si pone la questione della flat tax, ossia di un’unica aliquota indipendente dal reddito, come alternativa a un sistema di aliquote progressive all’aumentare del reddito. Si tratta di confrontare – a parità di obiettivo di gettito – le due strutture in base ai loro effetti sull’equità del prelievo e sull’efficienza nei comportamenti economici che determinano.

Un semplice esercizio chiarisce il primo punto. Prendiamo per ambedue le strutture un sistema di detrazioni (o di deduzioni) tale da assicurare una stessa soglia di reddito esente da Irpef, la cosiddetta no tax area: sopra questa soglia, per qualsiasi livello di aliquota unica (flat) necessario a garantire l’obiettivo di gettito scelto, esiste sempre almeno una curva di aliquote progressive che assicura il medesimo gettito riducendo l’onere fiscale per i contribuenti di reddito medio e di reddito basso. Intuitivamente, aumentando l’aliquota sui redditi alti possiamo ridurre le aliquote sugli altri, ovvero se facciamo pagare di più i contribuenti più ricchi possiamo far pagare di meno i ceti medi e i redditi bassi.

Ognuno può avere le sue preferenze riguardo alla distribuzione del carico fiscale: personalmente delle due considero preferibile, perché migliora l’equità e la coesione sociale del Paese, la distribuzione che più riduce il carico sui contribuenti di reddito medio e di reddito basso.

Ma veniamo al secondo criterio di giudizio, quello dell’efficienza. La letteratura economica degli ultimi trent’anni (i modelli cosiddetti di “tassazione ottimale”) mostra come la progressività delle aliquote abbia, rispetto alla flat tax, effetti di incentivo a una maggiore offerta di lavoro da parte degli individui. Il fatto è che quanto più basse sono le prime aliquote, tanto più per chi non è ancora sul mercato del lavoro è conveniente entrarvi e per chi già lavora è conveniente aumentare le ore lavorate. L’effetto complessivo è di una maggiore disponibilità di lavoro nell’economia.

In sintesi, per ogni obiettivo di gettito una struttura progressiva delle aliquote è superiore alla flat tax sia sul piano dell’equità sociale che sul piano dell’efficienza economica. La conclusione vale sia con riferimento alla tassazione su base individuale che con riferimento a una eventuale tassazione su base familiare (ventilata in qualche anticipazione da ambienti governativi).

Quali conseguenze per una riforma dell’Irpef nel nostro Paese? Che le risorse di bilancio eventualmente disponibili andrebbero concentrate sulla riduzione delle prime aliquote e su una attenuazione della decrescenza della detrazione da lavoro all’aumentare del reddito, in modo da sostenere (migliorando tecnicamente gli 80 euro) i lavoratori con redditi medi e bassi e accrescere la remuneratività del lavoro. Esattamente il contrario della flat tax.

A Napoli c’è un’espressione colorita – che non starebbe bene riportare – per descrivere l’incompetenza. Diciamo allora così: non lasciamo l’Irpef in mano alle creature del populismo.

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