Famiglie e studenti

La formazione al tempo del coronavirus: il nodo del divario digitale

di Antonio Ragusa*

4' di lettura

La crisi pandemica innescata dalla diffusione del virus Covid-19, pur nella sua drammaticità, offre un'occasione di riflessione su numerose questioni e, in generale, sul modello di sviluppo dell'umanità.

Uno dei temi-chiave è certamente quello della formazione, rispetto al quale è possibile ravvisare alcune importanti sfide e opportunità. Dal primo punto di vista, la prima sfida per le attività formative è stata ed è ancora legata a una dimensione di pura sopravvivenza; va infatti considerato che la pandemia ha determinato la chiusura delle istituzioni formative di ogni genere e grado in 138 paesi, con oltre il 98,5 per cento della popolazione studentesca mondiale impossibilitata a fruire della didattica in forma presenziale.

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Sotto altra prospettiva, potenzialmente più positiva, il lockdown ha determinato su scala planetaria l'accelerazione di un fenomeno già in atto, cioè la diffusione della formazione a distanza e digitale. A tale riguardo, però, la pandemia ha messo ancora più in luce il fatto che la possibilità di fruire di questo tipo di formazione non è ancora per niente omogenea nel mondo e incontra degli ostacoli significativi. Esiste infatti un sensibile digital divide, cioè il divario tra chi ha accesso effettivo alle tecnologie dell'informazione (in particolare personal computer e Internet) e chi ne è escluso, in modo parziale o totale. Ad esempio, secondo i dati dell'Ocse, in paesi come Norvegia, Austria e Svizzera il 95% degli studenti ha un computer da utilizzare per attività di studio, mentre in Indonesia questa percentuale scende drasticamente al 34%.

Più in generale, nei paesi in via di sviluppo ampie fasce della popolazione non dispongono della capacità reddituale necessaria per accedere alle tecnologie: per molti risulta impossibile acquistare un computer o pagare un abbonamento per l'utilizzo di internet.
Va poi notato che il divario digitale esiste non solo tra stati ma anche all'interno degli stati tra persone di livello sociale diverso. Così, a titolo esemplificativo, negli Stati Uniti esiste un notevole divario tra coloro che provengono da ambienti privilegiati e svantaggiati: mentre praticamente tutti i quindicenni provenienti da settori sociali elevati dispongono di un computer su cui lavorare, quasi il 25% di coloro che provengono da ambienti svantaggiati non ce l'hanno.

In Italia il divario digitale continua ad essere significativo. Secondo il più recente studio Istat (rapporto annuale 2020), 6 milioni e 175 mila famiglie italiane non hanno accesso a Internet, per una percentuale del 24,2% rispetto al totale.

Secondo l'Istituto statistico, nel 2019 Internet è stato utilizzato su base regolare dal 74% delle persone tra i 16 ei 74 anni, una cifra importante ma ancora significativamente inferiore all'85% della media europea.

Rilevante è la differenza tra Nord e Sud: il 30% delle famiglie che non usano internet si trova a Sud, nei comuni con un massimo di 2 mila abitanti.

Una famiglia su tre non ha accesso a un personal computer o un tablet e il 27,8% della popolazione vive in case sovraffollate, il che rende complicato per molti studenti tenere il passo con le attività scolastiche e formative. Conseguentemente nel rapporto si evidenziano anche le difficoltà nell'uso degli strumenti digitali da parte degli studenti, emerse a partire dalla fase di lockdown: il 45,4% degli studenti di 6-17 anni (pari a 3 milioni 100mila) ha difficoltà nella didattica a distanza per la carenza di strumenti informatici in famiglia, che risultano assenti o da condividere con altri fratelli o comunque in numero inferiore al necessario.

Va peraltro evidenziato che il divario digitale italiano non è attribuibile solo alle carenze tecnologiche e infrastrutturali, ma è sensibilmente legato a lacune del sistema educativo. In altri termini, l'accesso è una condizione necessaria, ma non sufficiente, per un utilizzo efficace delle tecnologie informatiche ed emerge un quadro meno positivo quando si considerano anche i livelli di abilità d'uso. Sono, infatti, meno del 40% le famiglie italiane in cui è presente almeno un'internauta con competenze digitali elevate e il 12,8% quelle in cui tutti i componenti hanno queste stesse capacità d'uso. Sotto altro profilo, gli utenti con competenze digitali elevate sono solo il 22% in Italia contro il 33% della media dei 28 paesi dell'Unione Europea.

Per colmare il digital divide nel nostro paese occorre dunque intervenire sia sul versante dell'accesso alle risorse informatiche che su quello della formazione alle competenze digitali.

Al di là del caso italiano, però, la questione come detto è globale. Basti pensare che, secondo una dichiarazione congiunta dell'Organizzazione mondiale della sanità e dell'Unione internazionale delle telecomunicazioni, fatta nell'Aprile di quest'anno, circa 3,6 miliardi di persone restano offline.

Alla luce di questo quadro emerge il fondato timore che la pandemia e il conseguente incremento del ricorso ai sistemi digitali per la formazione possano accentuare il digital divide e le sue negative conseguenze, riducendo ancora di più le possibilità di sviluppo personale e professionale per le persone prive di accesso alle tecnologie digitali o senza le adeguate competenze per utilizzarle.

Per questo è necessario che gli stati e le organizzazioni intergovernative moltiplichino gli investimenti e le iniziative volte a ridurre questo divario e a favorire la piena possibilità di fruizione della didattica su piattaforme web. Questa ritengo sia una necessità non solo in una fase contingente di emergenza sanitaria, ma anche in un'ottica di più lungo periodo. Infatti, lo sviluppo della formazione a distanza e online non può considerarsi un fenomeno transitorio, ma una tendenza strutturale, rispetto alla quale occorre essere pronti e pienamente equipaggiati a tutti i livelli dell'istruzione: primaria, secondaria e terziaria.
Pertanto, sulla riduzione del divario digitale si gioca una partita decisiva per dare all'umanità nella sua interezza un accesso reale e pieno alla conoscenza.

*Fondatore e Dean della Rome Business School

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