Letteratura

La forza della diversità

di Elisabetta Rasy

. Arundhati Roy è nata nel 1961. Venti anni fa uscì il suo primo romanzo, «Il dio delle piccole cose»

5' di lettura

Il nuovo libro di Arundhati Roy, Il ministero della suprema felicità, invita il lettore a un lungo e vasto viaggio nello spazio e nel tempo, punto di partenza un desolato cimitero islamico di Delhi dove un solitario essere umano vive abbarbicato al terreno come un albero e, prima ancora, una piccola casa nella città murata dove, come in una fiaba, in una notte senza corrente elettrica al bagliore di una lanterna, nasce un bambino, Aftab. È una famiglia numerosa, la sua, e nulla lascia prevedere che il piccolo sarà diverso dagli altri fratelli. Ma, proprio come l’eroe di una fiaba, il bambino porta in sé lo stigma di una differenza che ne farà una figura fatata, miserabile e insieme risanatrice. Perché la sua diversità è tutto: tutto anche per questo romanzo che fa della diversità, dei suoi tormenti ma anche delle sue meraviglie e soprattutto dei suoi poteri, il centro generatore della narrazione. Diversità individuale, del corpo e del cuore, ma anche diversità religiosa, sociale e politica: tutto è in conflitto, l’anima e il mondo, qui il sub-continente indiano in tutta la sua estensione, che è la scena di una lotta incessante. Come in un’antica saga, ma anche in un dramma intensamente personale e passionale, ognuno dei tanti personaggi della storia si trova al centro della eterna e sempre nuova sfida tra il bene e il male, ognuno con le sue ferite e le sue fragilità che diventano l’arma vincente della battaglia.

La diversità è fonte di cambiamento: quando ritroviamo Aftab, ormai creatura vegetale in mezzo alle antiche tombe in rovina della sua famiglia, il suo nome è Anjum e non è più un uomo ma una donna. Con il suo corpo mutante ha attraversato molte e complicate avventure dal momento in cui, poco più che adolescente, ha abbandonato la famiglia originaria ed è entrato a far parte della Casa dei Sogni, il rifugio di una comunità di hijra, un’antica parola dall’alone sacro – «Corpo nel quale abita un’Anima Santa» – che nel nostro mondo desacralizzato potremmo (ma l’autrice non lo fa) tradurre con transessuali o transgender. La caratteristica della famiglia acquisita non sta però nella esuberante sessualità delle sue componenti, ma in un’accettazione tormentata e insieme felice di ogni diversità, anche etnica e religiosa: tra loro ci sono indù, musulmane come Anjum, una cristiana. Ciò è possibile solo perché nella Casa dei Sogni si celebra una problematica ma rasserenante distanza dal Duniya, cioè quello che la gente considera il Mondo Reale. Perché invece nel Mondo Reale di cui ci racconta Arundhati Roy, facendoci viaggiare dalla vecchia alla nuova Delhi, dal Gujarat al Kashmir, dal centro delle foreste indiane alla California, ogni diversità dà luogo a una lotta feroce.

Loading...

Se nel Dio delle piccole cose la scrittrice raccontava la dissoluzione di una famiglia, a causa della crudeltà dei pregiudizi dell’India castale, qui nella ricca strumentazione narrativa, nella folla di voci che compaiono nella storia, avviene l’inverso. Combattendo i pregiudizi in una battaglia disperata e carica di speranza – che si tratti dei singoli individui o della collettività di un popolo – la danza dei personaggi segue un percorso di ricomposizione, come in una trama mitologica che dal caos, il caos di questa India che non è esotica e misteriosa o mistica e sublime (come nell’affollato repertorio degli esotisti occidentali) ma carica di segreti che nascono dall’ingiustizia e dalla sopraffazione, arriva all’armonia di una forse provvisoria ma fiduciosamente rivolta al futuro nuova comunità. L’eroina di questa nuova comunità è Tilo, una donna ribelle e lontana da ogni convenzione, anche seduttiva, che un intricato gioco del destino porterà vicino ad Anjum.

Ma prima che questo avvenga, prima che le storie delle due figure nodali del romanzo possano incrociarsi, molto altro deve succedere in un racconto avventuroso dove più che i personaggi sono i temi a rincorrersi e a incontrarsi. La vita di Anjum infatti cambia quando subisce l’esperienza della feroce persecuzione etnica e religiosa nella regione del Gujarat travolta dal conflitto, manovrato dal potere, tra indù e musulmani. Cambierà di nuovo nel momento in cui decide di abbandonare la Casa dei Sogni per trasferirsi, creatura quasi più vegetale che umana, nel vecchio cimitero che sorge accanto a un ospedale e un obitorio. Ma è proprio qui che avviene un’ ultima decisiva mutazione quando, con le inventive risorse degli umili, trasforma quel lembo di terra sgangherato e desolato in una strana pensione e poi anche in una originale impresa di pompe funebri nelle quali ogni dimenticato e ogni respinto, ogni abbandonato e caduto troverà rifugio, vivo o morto che sia: creature dal sesso indefinito altrove rifiutate, intoccabili, animali perduti, vegetali malati, miserabili tossici e disperati senzatetto. Anche la vita di Tilo cambia quando, in un avvicendarsi di eventi drammatici e sentimentali, rincontrerà tre ragazzi, tutti innamorati di lei, conosciuti all’università in un anno terribile della storia indiana, quel 1984 in cui si snoda la sequenza dell’assassinio di Indira Gandhi, della feroce persecuzione dei sikh e del disastro chimico di Bhopal. Soprattutto quando ritrova Musa, l’uomo del Kashmir in rivolta: amante e fratello, compagno di lotta e irraggiungibile amore.

Ma nella vocazione narrativa di Arundhati Roy, dove la trama epica dei grandi miti fondatori si invera quotidianamente nella lotta per la sopravvivenza, altre figure e altri temi sorgono dalla polvere dell’India : bambine abbandonate e poi accolte da braccia amorose che incarnano la morte e la resurrezione, mendicanti sapienti che indicano la via della salvezza, donne di dolori icone di una maternità negata o violata eppure irriducibile, creature in rivolta annidate nella foresta braccate come animali feroci. I due luoghi in cui è centrata la vicenda, il cimitero islamico di Anjum e il Kashmir islamico in rivolta contro il governo indiano , sono inconfondibili immagini simboliche: da un lato la lotta interiore, una donna intrappolata in un corpo maschile, il tormento individuale e l’altrettanto individuale ricerca di liberazione; dall’altro la lotta del popolo contro l’oppressore e l’ansia collettiva di libertà. In entrambi i casi il margine, la parte esclusa e repressa, acquista una inedita centralità, come accade al piccolo rettangolo di terra che Anjum trasforma in un mondo ricco di affetti e di speranze, nel quale ha inizio e conclusione l’intera vicenda.

Nei vent’anni passati tra Il dio delle piccole cose e Il Ministero della Suprema Felicità Arundhati Roy ha pubblicato molti altri libri: testi di saggistica politica nati dal suo impegno militante contro le ingiustizie sociali, la manipolazione ambientale, la corruzione e l’oppressione di intere popolazioni e comunità. Nel nuovo romanzo l’ideologia si trasforma in passione e in una corrente verbale felicemente in piena, che trascina con sé quello che trova sul suo cammino: ferocia e tenerezza, tragedia e ironia, la prevaricazione del più forte e l’invincibile resistenza del più debole, l’odio e l’amicizia inalterabile, la notte stellata e l’infinita scia di rifiuti che la tecnologia porta con sé, la perdita e la conquista, la morte e soprattutto la vita che, come accade nel piccolo cimitero di Anjum o alle bambine abbandonate e accolte, torna a far valere i suoi diritti anche quando tutto sembra perduto.

Riproduzione riservata ©

loading...

Brand connect

Loading...

Newsletter

Notizie e approfondimenti sugli avvenimenti politici, economici e finanziari.

Iscriviti