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La forza dei numeri e la prescrizione raccontata dal Ministro Bonafede

Le statistiche nazionali fornite dal primo presidente della Corte di cassazione mostrano un significativo decremento del numero dei procedimenti sopravvenuti

di Salvatore Scuto

Anno giudiziario: sit-in avvocati, escono durante cerimonia

4' di lettura

Non è stato un fine settimana sereno quello appena trascorso dal ministro Afonso Bonafede. Almeno a giudicare dal grado di accoglienza che la legge di cui sembra andare davvero fiero, ovvero quella che ha di fatto abrogato la prescrizione a partire dal 1° gennaio, ha ricevuto nel corso delle cerimonie per l’inaugurazione dell’anno giudiziario 2020 e al netto comunque della forte tensione acuitasi all’interno della stessa maggioranza di governo.

Un’accoglienza a dir poco fredda da parte dei protagonisti di quelle cerimonie ovvero sia dei presidenti di Corte d’appello e dei procuratori generali sia dei numeri che, sotto le sembianze della statistica, assumono la durezza dei fatti.

A Milano, per esempio, sia la presidente della Corte d’appello che il procuratore generale – quest’ultimo con maggiore sottolineatura – non hanno esitato a denunciare i rischi di incostituzionalità della legge per violazione dell’articolo 111 Cost. incidendo quella sospensione sulla garanzia costituzionale della ragionevole durata del processo.

Per il cittadino imputato, su cui insiste la garanzia costituzionale della presunzione di innocenza, poi, non possono costituire un’ulteriore pena, oltre quella del processo in sé, le conseguenze dell’inefficienza dell’amministrazione.

Giudizi che fanno da eco alla forte e meritoria presa di posizione dell’Unione Camere Penali e del mondo della cultura giuridica penalistica che da sempre avversano tale legge.

Ma sono i numeri sui quali, diradatasi la spessa nube delle polemiche, è opportuno concentrare l’attenzione allargando lo sguardo, utilizzando per così dire il grandangolo. Si tratta delle statistiche nazionali fornite dal primo presidente della Corte di cassazione e che vedono, innanzi tutto, un significativo decremento pari al -2.6% del numero dei procedimenti sopravvenuti. In sensibile diminuzione (-4%) sono anche i procedimenti penali pendenti al 30 giugno 2019.

Ciononostante perdurano i segni di difficoltà del sistema dal momento che la durata media dei procedimenti è cresciuta del 4% per il tribunale, crescita costante negli ultimi anni.

La durata media del grado di appello ha registrato ancora una riduzione (-2,4%), ma in termini assoluti i valori permangono elevati prova ne sia che il grado di appello rimane uno dei punti nevralgici del fenomeno della prescrizione con una percentuale su scala nazionale del 25%.

A fronte del dato nazionale va però segnalato come il risultato dei singoli distretti componga un paesaggio a macchia di leopardo. La percentuale scende, infatti, al 2,9% nel distretto di Milano per salire sino al 48% in quello di Roma: insomma vere e proprie montagne russe.

Gli Uffici Gip/Gup definiscono con riti alternativi soltanto l’11% degli affari trattati, mentre non pervenute sembrano essere le percentuali delle sentenze di non luogo a procedere ex art. 425 C.p.p.

A fronte di ciò ben robusta è la percentuale dei decreti di archiviazione con i quali vengono definiti i procedimenti iscritti a carico di noti ovvero il 64%. Percentuale questa che ha in grembo l’altro punto nodale del fenomeno della prescrizione.

Presso le Procure della Repubblica le richieste di archiviazione (altro dato significativo in relazione alla prescrizione) delle notizie di reato iscritte a carico dei noti state il 41% del totale dei procedimenti definiti.
Tornando per un istante alla durata media del giudizio d’appello, è interessante notare come «buona parte dei quasi due anni e mezzo che esso attualmente richiede sono imputabili a ‘tempi di attraversamento’ che nulla hanno a che vedere con la celebrazione del processo» ovvero “attesa degli atti di impugnazione, collazione degli stessi; avvisi alle parti; predisposizione dei fascicoli da trasmettere alla Corte d'appello; trasmissione degli stessi; registrazione; fissazione del giudizio; avviso alle parti..”. (così la Relazione a pag. 25).

Tornando alla prescrizione dei reati, i dati statistici attestano una stabile diminuzione: da 136.888 del 2016 a 120.907 del 2018. Nella grande maggioranza dei casi la prescrizione continua a maturare nella fase delle indagini preliminari (42,7% dei provvedimenti di archiviazione nel 2018), ciò a causa della limitata possibilità di esercizio dell’azione penale e di celebrazione dei processi di primo grado ed a fronte di una ridotta capacità di trattazione dei procedimenti con il rito ordinario.
Del grado di appello si è già detto.

Questi i numeri più significativi, contro la durezza dei quali si scontra tutto l’armamentario che, sempre con maggior fatica, viene utilizzato dal ministro e dagli epigoni della visione autoritaria ed illiberale del processo penale che gli è propria.

Evidente, infatti, che i tentativi di indebolire le garanzie dell’imputato nella fase di appello, con in testa il reiterato progetto di penalizzarne in ogni modo lo stesso diritto all’appello (abolizione del divieto di reformatio in peius) si scontrano con le ricordate vere ragioni cui addebitare la lungaggine dei tempi del giudizio di appello o nell'incapacità dei tribunali di celebrare i processi.

Anno giudiziario, protestano gli avvocati

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Nulla di più lontano da quella ripetuta e sempre più stucchevole litania che vuole gli avvocati artefici di manovre dilatorie artatamente predisposte e ciò a dispetto del confermato dato per il quale la parte più cospicua delle prescrizioni matura nella fase delle indagini preliminari quando, come dice il Presidente dell’UCPI, gli avvocati non toccano palla.
Insomma, contro la durezza dei numeri si infrange il disegno illiberale che, strumentalizzando il fenomeno sicuramente patologico della prescrizione, vuole mortificare le garanzie processuali sino a minare le fondamenta del giusto processo.

Chi volesse seriamente affrontare il problema e riformare il processo penale, proprio partendo da questi numeri, dovrebbe accogliere il suggerimento di Peter Brook secondo il quale: «Nel mio lavoro cerco di combinare la vicinanza del quotidiano alla distanza del mito. Perché senza vicinanza non ci si può commuovere e senza distanza non ci si può stupire».

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