analisile elezioni amministrative

La forza di Salvini e la tentazione di incassare il prima possibile

di Emilia Patta

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(ANSA)

3' di lettura

Il nuovo sindaco di Ferrara è il leghista Alan Fabbri, il primo non “rosso” dal dopoguerra. Basterebbe questo dato a dare il trend dei ballottaggi di domenica: il centrodestra a trazione salviniana continua a vincere e a penetrare nella ex regione rossa per eccellenza, l’Emilia Romagna, mentre il Pd sembra aver fermato l’emorragia di voti e si limita a resistere in Toscana e in alcune roccaforti storiche come Reggio Emilia. Ma perde, oltre Ferrara, anche Forlì.

La netta vittoria del centrodestra salviniano
D’altra parte i numeri sono implacabili. Su 25 capoluoghi interessati cinque anni fa il centrosinistra governava in 17 e il centrodestra solo in 6 (il M5s in due, Livorno e Avellino); cinque anni dopo il centrosinistra vince in 12 casi e il centrodestra passa a 11 (il M5s vince solo in 1, Campobasso, con il voto determinate degli elettori del Pd). A ragione l’uomo del momento, Matteo Salvini, esulta: «Straordinaria vittoria della Lega ai ballottaggi, abbiamo eletto sindaci dove la sinistra governava da 70 anni». Salvini dimentica di citare l’apporto in molti casi determinante dei suoi alleati, Forza Italia sia pure indebolita e Fratelli d'Italia, ma la direzione di un’Italia che si sta colorando di verde anche in luoghi fin qui impensabili è inequivocabile.

Il tracollo del M5s e l'assenza di un'alternativa
Ed è inequivocabile anche l’assenza, al momento, di una reale alternativa: il Pd si limita a resistere e a dare segni di vita – il che non era scontato e per ora sembra bastare all'attuale dirigenza alle prese con un difficile e lunghissimo dopo-Renzi – e il M5s conferma anche a livello locale il tracollo avvenuto a livello nazionale (dal 32% delle politiche al 17% delle europee in poco più di un anno): praticamente assenti dai ballottaggi e perse le due città che amministrava - Livorno e Avellino, entrambe tornate al centrosinistra (nel caso di Avellino la vittoria è del modello liste civiche) – i pentastellati conquistano la sola Campobasso con il voto determinate degli elettori del Pd, che per l'83% convergono al secondo turno verso il candidato del M5s Gravina.

Campobasso laboratorio di un'alleanza Pd-M5s?
Il caso Campobasso come laboratorio di una prossima alleanza tra M5s e Pd in funzione antisalviniana? Nei palazzi romani se ne parla molto, e c'è chi si spinge a prefigurare una sorta di patto di desistenza nei collegi come negli anni Novanta tra Ulivo e Rifondazione comunista. Dimenticando tuttavia che con l'attuale legge elettorale, il Rosatellum, gli accordi di desistenza sono tecnicamente impossibili: il voto è unico, alla lista e al candidato nel collegio uninominale, e quindi occorrerebbe che il Pd o il M5s si astenessero dal presentare la propria lista. L'unica strada praticabile è una vera e propria alleanza, ma è evidente che non ci sono le condizioni politiche perché ciò avvenga alle prossime elezioni politiche. Tuttavia, in attesa che la politica trovi le sue soluzioni, gli elettori sembrano attrezzarsi da soli: come dimostra l'analisi dei flussi del Cise, dopo un anno di governo giallo-verde gli elettori pentastellati dimostrano il loro disagio convergendo in molti casi importanti importanti come Cremona sul candidato del centrosinistra.

La tentazione di incassare: la palla in mano a Salvini
Stando così le cose è evidente che per il leader leghista la fine di questa lunga campagna elettorale rafforza la tentazione di incassare il prima possibile il successo alle elezioni politiche per avere la maggioranza in Parlamento, senza doversi alleare con gli acciaccati pentastellati. La parabola dell'altro Matteo, Renzi, passato dal 40% delle europee al 18% delle ultime politiche in pochi anni, è un monito potente per Salvini. E i toni alti contro l’Europa di questi giorni sono propedeutici al voto politico, e non sembrano destinati a smorzarsi nelle prossime settimane. Se non in autunno (bisognerebbe sciogliere le Camere entro luglio), l’appuntamento con le urne nello schema salviniano è fissato al massimo alla prossima primavera. Magari dopo aver tentato di forzare la mano a Bruxelles con la prossima manovra, giusto in tempo per dare la colpa ai “burocrati” europei delle mancate realizzazioni. Andare oltre la primavera del 2020 per Salvini significherebbe rischiare lo scontro con la realtà economica e la conseguente parabola discendente.

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