comunicazione

La fotografia dà luce alla sostenibilità dei mestieri

Elisabetta Illy si dedica da molti anni a documentare, anche in collaborazione con l’Onu, piccole realtà di Paesi in via di sviluppo dove operano aziende italiane di ogni settore, compresi la moda e il tessile

di Giulia Crivelli


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3' di lettura

Un cambiamento culturale può più di qualsiasi esigenza di mercato o di marketing. È la differenza che c’è tra sviluppare una coscienza green e optare per il green washing, tra visionari e opportunisti. Il cambiamento culturale può riguardare tutti: individui, aziende, istituzioni. Con la presa di coscienza inizia un percorso, che ognuno può e deve fare a modo suo.

Per portare avanti il cambiamento in cui crede, Elisabetta Illy ha scelto lo studio e la fotografia. «Mi è sempre piaciuto osservare il mondo attraverso la lente di una macchina fotografica. A un certo punto della mia vita però la fotografia è diventata impegno a tempo pieno – spiega –. Preferisco non usare la parola lavoro, anche se in un certo senso di questo si tratta: viaggiare e accompagnare imprese italiane e non, di ogni dimensione e settore, e documentare i progetti che hanno in vari Paesi emergenti, partendo da chi ci abita, è molto più che un lavoro. Attraverso la fotografia credo di aver trovato il mio posto nel (loro) mondo».

Dal Ghana al Pakistan: lo sguardo di Elisabetta Illy sul mondo

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Il mondo lo conosce davvero, Elisabetta Illy, e vuole farlo conoscere, attraverso i suoi scatti, a quante più persone possibile, nel solco di quella che oggi tutti chiamano sostenibilità ambientale e sociale, ma che per lei è soprattutto, ribadisce, un cambiamento culturale. «Da oltre 20 anni fotografo e racconto il lavoro nei Paesi emergenti in un’ottica di sviluppo economico, sociale e ambientale», aggiunge Elisabetta Illy, che da qualche mese è ambasciatrice dell’Unido, l’agenzia delle Nazioni unite per lo sviluppo economico, proprio per il suo ruolo di osservatrice e “divulgatrice” di realtà tanto lontane dalla nostra vita quotidiana.

È nata così ad esempio la mostra e il documentario prodotti da Poc (Picture of Change, l’agenzia di Elisabetta Illy) sulle ricamatrici che vivono nel Chitral una regione del Pakistan sconosciuta ai più. «Tutto nacque da un progetto per stimolare l’imprenditoria locale della comunità Kalash, una delle più antiche comunità indigene del Pakistan – spiega Elisabetta Illy –. Al progetto lavorammo con Unido, con l’ufficio italiano di Itpo (che sta per Investment and technology promotion office, network globale che fa capo a Unido, ndr) e con la Camera della moda italiana». Le donne Kalash hanno lavorato su oltre 400 metri di ricami e la mostra è stata allestita a Milano durante la fashion week donna del settembre scorso e poi ad Abu Dhabi, durante la conferenza generale dell’Unido.

«Foto e documentario sono diventati comunicazione virale, propagati attraverso siti internazionali di moda – sottolinea Elisabetta Illy –. Se ci pensiamo, internet e i sociale network, in particolare Instagram e Pinterest, hanno dato nuova linfa alla comunicazione per immagini. Dobbiamo usare le fotografie per la loro forza, ma a maggior ragione dobbiamo farlo con senso di responsabilità». Si dice che una fotografia può valere mille parole e sembra attualissimo il parallelo che Franca Sozzani, scomparsa nel 2016 e per quasi 30 anni deus ex machina della moda italiana, amava fare tra Instagram e l’impostazione che aveva scelto di dare a Vogue, quando, nel 1988, ne assunse la direzione. Consapevole che in pochi, nel mondo, avrebbero potuto leggere lunghi articoli in italiano, puntò tutto sulle foto. All’inizio, con lo scopo di promuovere gli stilisti italiani, poi spostandosi, con grande anticipo sul sistema, su temi come diversità e inclusività (il black issue di Vogue è del 2008).

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