analisibrexit

La fragile scommessa della City

di Marco Onado

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(Epa)

4' di lettura

Tempi duri per la City e per l’economia britannica. A oltre dieci anni dall’inizio della crisi e dal primo grande salvataggio pubblico a spese dei contribuenti (Northern Rock) la Bank of England in due rapporti mette in evidenza che le incertezze che gravano sulle conseguenze a medio termine di Brexit e il rallentamento della crescita economica comportano rischi che impediscono di considerare le banche fuori dal tunnel e anzi impongono ulteriori iniezioni di capitale, in particolare per Barclays e per Royal Bank of Scotland.

Quest’ultima è tuttora di proprietà del Tesoro e ancora non è tornata a distribuire dividendi nonostante un decennio di drastiche ristrutturazioni.

Il rapporto sulla stabilità finanziaria disegna uno scenario a medio termine irto di problemi strutturali e di incognite legate a Brexit che è stato utilizzato come base per un esercizio di stress test. Il responso è che le banche potrebbero subire perdite per circa 50 miliardi di sterline nel prossimo biennio.

La buona notizia è che dall’inizio della crisi il livello del capitale è quasi triplicato (allora quelle perdite avrebbero azzerato l’intero patrimonio del sistema) e dunque l’impatto è sopportabile.

La cattiva notizia è che questo risultato confortante è anche la misura di quanto le autorità avessero tollerato che il capitale si riducesse ben al di sotto dei limiti di guardia e siccome la vigilanza prudenziale non può fare passi indietro, le banche britanniche a partire dal prossimo anno saranno soggette ad un requisito addizionale di capitale.

Il Regno Unito ha puntato troppo sulla finanza non solo su Londra come piazza finanziaria dell’era della globalizzazione, ma anche sull’afflusso di capitali a lungo termine e sulla crescita del debito interno, soprattutto delle famiglie, che si è ridotto rispetto al picco del 2007, ma è sempre pericolosamente vicino al 100 per cento del Pil, quasi il doppio di trent’anni fa.

Soltanto il livello eccezionalmente basso dei tassi di interesse mantiene il costo del servizio del debito al di sotto della media storica, ma cosa succederà quando i tassi torneranno alla normalità? E non si tratta di problemi remoti, perché la necessità di evitare emorragie di capitale costringerà a tener d’occhio più il livello dei tassi americani che di quelli europei.

L’alto debito delle famiglie ha implicazioni pesanti per le banche, perché nello stress test attuale, il credito al consumo pesa per il 40 per cento sull’aumento delle sofferenze, nonostante rappresenti il 7 per cento dei crediti complessivi. È un chiaro segnale che superare i livelli attuali di debito è solo controproducente. E siccome le imprese chiedono poco credito perché i profitti sono ai massimi storici, le possibilità per le banche di ampliare i livelli di attività per rimpinguare i profitti sono ridotte al lumicino.

I costi continuano invece a essere elevati; non solo quelli operativi normali, ma anche quelli eccezionali dovuti agli episodi di scorrettezze del passato (sanzioni e contenzioso civile): il conto salatissimo già pagato ammonta a 67 miliardi di sterline e la Bank of England ne prevede per ulteriori 40 nel prossimo biennio.

Siccome piove sul bagnato, l’autorità responsabile per la correttezza ha pubblicato in questi giorni un rapporto in cui si documentano gravi irregolarità di Bank of Scotland nella ristrutturazione del credito di piccole e medie imprese. In pratica la banca, lungi dal cercare soluzioni di risanamento avrebbe affrettato la liquidazione delle aziende per incassare commissioni e impossessarsi di parte dell’attivo. Un po’ come gli infermieri degli ospizi che acceleravano il trapasso delle vecchiette, ma soprattutto un’ulteriore prova di quanto la febbre che ha preceduto la crisi abbia gravemente minato la capacità di grandi banche di operare al servizio dell’economia produttiva.

Tutto questo dimostra quanto fragile fosse il disegno che aspirava a fare di Londra la grande piazza finanziaria della globalizzazione, in modo da creare condizioni favorevoli per il sistema bancario nazionale. L’azzardo del referendum ha fatto precipitare la situazione proprio a causa del voto di protesta contro quel modello di sviluppo e contro una élite finanziaria che ha creato istituzioni percepite come poco utili per il cittadino, ma così onerose per il contribuente che ha sopportato il costo dei salvataggi.

La lezione per l’Europa è importante perché dimostra quanto sia pericoloso cavalcare il malcontento popolare per un miope tornaconto politico. Mettere in discussione le grandi realizzazioni del passato è peggio di una roulette russa e i costi della distruzione di quanto di buono è stato fatto, poco o tanto che sia, sono di gran lunga superiori ai vantaggi ipotizzati o semplicemente sperati. Vale per la partecipazione al disegno europeo, ma vale anche per l’unione monetaria e le sue istituzioni. Ma ancora più importante è ricordare che l’errore del vasto schieramento a favore del “remain” è stato quello di far leva solo sul disastro che sarebbe successo (e che si sta puntualmente avverando) senza dare ai cittadini la speranza di un modello di sviluppo diverso e soprattutto più equo. È mancata la capacità di dare un messaggio forte e positivo, che parlasse direttamente al cuore dei cittadini. Purtroppo, è una lezione che la politica dell’Europa continentale fatica ancora ad assimilare, come dimostra il sempre più preoccupante aumento dell’astensionismo. Vale il titolo del delizioso film di Scola di tanti anni fa: «Riusciranno i nostri eroi a ritrovare l’elettore misteriosamente scomparso?». L’unica differenza è che il motivo non è affatto misterioso.

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