la proposta cipolletta

la fragilità non convincerà i risparmiatori

di Lorenzo Bini Smaghi

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(Imagoeconomica)


3' di lettura

La proposta di Innocenzo Cipolletta, avanzata di recente sulle pagine del Sole, di riproporre quella che Dino Pesole chiama «l’ardita scommessa» di Ciampi nel 1997, ha il pregio di fare riflettere sulle politiche di bilancio messe in atto negli ultimi venti anni. La scommessa di Ciampi si basava sul seguente dilemma.

Da un lato, per entrare nell’euro l’Italia avrebbe dovuto mettere in atto una manovra fiscale molto restrittiva, tale da far scendere il disavanzo pubblico sotto la soglia del 3% del Prodotto interno lordo. Dall’altro, entrando nell’euro gli interessi che lo stato avrebbe pagato sul debito pubblico, pari a circa l’11% del Pil nel 1996, si sarebbero rapidamente ridotti, facendo risparmiare ingenti risorse pubbliche, che avrebbero potuto essere successivamente restituite ai contribuenti. Un sacrificio temporaneo, una tantum, sotto forma di “tassa per l’Europa”, avrebbe consentito di ottenere benefici permanenti.

La scommessa si basava sull’ipotesi che una volta entrati nell’unione monetaria i rischi di svalutazione sarebbero scomparsi e le incertezze sulla finanza pubblica si sarebbero fortemente attenuate, grazie anche ai vincoli connessi al Patto di stabilità e crescita.

Al momento di negoziare l’adesione all’euro, l’Italia si era impegnata a mantenere un surplus primario elevato, tale da determinare una graduale riduzione del debito pubblico, rispetto al Pil.

La scommessa funzionò. Grazie alla tassa una tantum il disavanzo pubblico scese appena sotto il 3% nel 1997, consentendo all’Italia di entrare nell’euro senza registrare una recessione.

L’afflusso di capitali fece rapidamente ridurre i tassi d’interesse sui titoli di stato e l’onere complessivo scese dal 9% del Pil nel 1997 al 7,8% nel 1998 e al 6,4% nel 1999.

Tuttavia, le ipotesi sottostanti a quella scommessa vennero in parte tradite nel tempo. Dopo l’entrata nell’unione monetaria la politica di bilancio italiana non si attenne all’impegno di mantenere surplus primari elevati, mirati a favorire una rapida riduzione del debito. L’attivo primario venne gradualmente ridimensionato, dal 4,6% del Pil nel 1999 al 3,7% nel 2000, al 2,9% nel 2001 e su livelli ancor più bassi negli anni successivi, fino allo 0,4% nel 2005. Il peso del debito pubblico venne ridotto in larga parte grazie al calo degli interessi, scesi al 4,5% del Pil nel 2005, e ad altre operazioni di natura finanziaria.

Dopo la grande recessione e la crisi del 2011, i mercati finanziari cominciarono a dubitare nuovamente della capacità dell’Italia di mantenere un sentiero virtuoso di finanza pubblica all’interno dell’area dell’euro. Il differenziale tra Btp e Bund risalì rapidamente, superando i 500 punti nell’estate 2011.

Il decreto salva-Italia approvato dal governo Monti a fine 2011 seguiva per certi versi la stessa logica della scommessa di Prodi.

Gli effetti recessivi della restrizione fiscale, necessaria per riportare l’avanzo primario su livelli compatibili con la sostenibilità del debito, dovevano essere compensati con i risparmi derivanti dagli interessi più bassi sul debito pubblico, ottenuti grazie alla ritrovata credibilità della politica di bilancio.

La manovra non ebbe tuttavia lo stesso successo della scommessa di Prodi. Il calo degli interessi sul debito fu più graduale, dal 5,2% del Pil nel 2012 al 3,5% nel 2019, ottenuto in larga parte dalla politica monetaria espansiva della Banca centrale europea.

Lo scetticismo dei mercati finanziari, alimentato dalla precedente esperienza della prima metà degli anni 2000, trovò conferma nell’azione dei governi successivi, mirata principalmente alla richiesta di maggior flessibilità di bilancio per aumentare la spesa corrente, piuttosto che a mettere in atto politiche di riforme e investimenti pubblici. Il surplus primario venne ridotto dal 2,3% del 2012 a poco sopra l’1% nel 2019. Lo spread tra titoli di stato italiani e tedeschi non è riuscito a scendere sui livelli di Paesi come la Spagna e il Portogallo.

Le ultime previsioni delle istituzioni internazionali confermano la stagnazione dell’economia italiana, che mette a repentaglio la sostenibilità del debito pubblico.

In queste condizioni di fragilità, sembra alquanto difficile che misure una tantum – dal lato del bilancio o del debito pubblico – possano essere sufficienti a convincere i risparmiatori che il risanamento delle finanze pubbliche italiane sia effettivamente avviato su un percorso credibile e duraturo, e che non venga nuovamente invertito, come già in passato, magari in prossimità di una tornata elettorale.

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