ServizioContenuto basato su fatti, osservati e verificati dal reporter in modo diretto o riportati da fonti verificate e attendibili.Scopri di piùLa rielezione di Macron

La Francia è simile all’Italia ma è più governabile. Grazie alla seconda preferenza

In un paese diviso lo strumento migliore per governabilità è un sistema in cui gli elettori scelgono usando due voti e due preferenze

di Roberto D'Alimonte

Macron ai francesi: "Grazie per aver scelto di affidarvi a me"

3' di lettura

Francia e Italia sono politicamente paesi molto simili: partiti fragili, elettori volatili, sfiducia diffusa. La differenza sta nelle istituzioni. Domenica 24 aprile a Parigi gli elettori hanno dato una prima risposta chiara a chi debba governare la Francia per i prossimi cinque anni. Lo hanno fatto grazie a un sistema elettorale che ha consentito di selezionare il candidato effettivamente preferito dalla maggioranza dei francesi. Lo abbiamo già detto e continueremo a ripeterlo: in un paese diviso lo strumento migliore per risolvere la questione del governo è un sistema in cui gli elettori scelgono gli eletti usando due voti e due preferenze. È l’uso della seconda preferenza, e cioè il fatto che l’elettore voti un candidato che non è la sua prima scelta, a responsabilizzare chi vota e a legittimare chi vince.

Lezione di democrazia

Il “miracolo” del sistema francese è che un candidato che al primo turno ha preso solo il 28% dei voti, venga eletto al secondo con il 58%. Quasi nove milioni di francesi che non avevano votato Macron al primo turno lo hanno fatto al ballottaggio, magari turandosi il naso, ma lo hanno fatto. Macron ha raddoppiato il numero di elettori che hanno votato per lui e in questo modo il suo distacco dalla Le Pen che era solo di cinque punti al primo turno si è più che triplicato al secondo. È così che un paese profondamente diviso come la Francia ha oggi un presidente riconosciuto come il vincitore legittimo di una competizione affollata. Né si può dire che siano stati pochi gli elettori del secondo turno. Sono stati un po' meno del primo ma non sono stati pochi. In realtà, si deve classificare come un altro “miracolo” il fatto che oltre 17 milioni di elettori, che non hanno trovato al secondo turno un candidato per cui avevano votato al primo, siano tornati a votare per una seconda scelta. È una lezione di democrazia.

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La partita delle legislative di giugno

Ma non è finita. La governabilità della Francia non dipende solo dalla elezione presidenziale. Dipende anche da quello che succederà il 12 e il 19 giugno alle legislative dove si voterà con un sistema a due turni in collegi uninominali. La costituzione della V Repubblica prevede anche un primo ministro che deve avere la fiducia dell’assemblea nazionale. È vero che dopo Sarkozy è praticamente sparito dalla scena, diventando una specie di capo di gabinetto, sovrastato interamente dal presidente che fa il primo ministro a quasi tutti gli effetti, ma questo è possibile solo quando il partito del presidente controlla anche l’assemblea. Da quando sono stati introdotti nel 2000 il mandato presidenziale di cinque anni e la data delle elezioni legislative a ridosso delle presidenziali non è mai successo che un presidente eletto non abbia ottenuto la maggioranza assoluta dei seggi. Nel 2017 il partito di Macron con il 43% dei voti al secondo turno ha preso il 53% dei seggi .

Le desistenze incrociate

Sarà così anche questa volta? È probabile ma non certo. Con il partito di Jean-Luc Mélenchon e quello della Le Pen che al primo turno hanno superato il 20%, con i socialisti e i repubblicani che a livello locale hanno ancora una presenza non irrilevante (nel 2017 i secondi hanno preso 112 seggi), l’esito non è del tutto scontato. Anche i francesi hanno imparato la tecnica italiana delle desistenze incrociate e del voto utile. Lo si è visto a sinistra al primo turno delle presidenziali ed è molto probabile che lo si vedrà, sia a destra che a sinistra, al primo turno delle legislative. Il partito di Macron conserva un vantaggio competitivo, in virtù della sua posizione centrale e sulla scia della vittoria presidenziale, ma potrebbe non essere decisivo come cinque anni fa.

Non si torna comunque alla coabitazione di una volta

Cosa potrebbe succedere se Macron non ottenesse la maggioranza assoluta? Dipenderà dai numeri. Se i seggi mancanti sono pochi non sarà difficile trovarli. Se invece saranno tanti si potrebbe aprire una fase nuova della V Repubblica. Non si tornerà alla coabitazione di una volta, visto che comunque è certo che il partito di maggioranza relativa sarà quello di Macron. Però il presidente sarebbe costretto a fare i conti con altri partiti alla sua destra o alla sua sinistra. Molti pensano che non sarebbe un male tornare a governi più rappresentativi della società francese e a primi ministri più indipendenti dal presidente. In fondo lo stesso Macron ha ripetuto di voler riformare il sistema elettorale introducendo una quota di proporzionale per garantire una maggiore rappresentatività. Un esito non decisivo delle elezioni legislative in un certo senso anticiperebbe la riforma annunciata. Ma è prematuro parlarne. Aspettiamo il 19 giugno.

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