il tesoro che non c’è

La Francia rifiuta il controverso Caravaggio presentato alla Pinacoteca di Brera

di Gabriele Biglia


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La Giuditta che decapita Oloferne attribuita a Caravaggio

4' di lettura

Il Ministère de la Culture francese ha scartato l'ipotesi di acquistare il presunto dipinto afferito alla mano di Michelangelo Merisi da Caravaggio (1571 - 1610), raffigurante “Giuditta che decapita Oloferne”, scoperto in una soffitta di una dimora di Tolosa nel 2014, esposto accompagnato da molte polemiche alla Pinacoteca di Brera di Milano nel 2016. Decaduto il 24 dicembre scorso il diritto di prelazione, dopo oltre 30 mesi di analisi il Ministero francese che inizialmente, nel marzo 2016, aveva dichiarato il quadro “ Trésor nationalè” impedendone l'esportazione e la vendita, ha cambiato parere. Lo Stato non ha pubblicamente motivato il suo rifiuto di comprare il dipinto per il Louvre o un altro museo francese, ma i dubbi e le perplessità sull'autografia, sorti tra gli studiosi già al primo apparire della tela, devono aver prevalso sulle certezze iniziali.

L’esposizione. Al tempo della sua prima presentazione pubblica nell'aprile del 2016 presso il Cabinet Turquin, a Parigi la tela venne ritenuta di mano del maestro lombardo da Eric Turquin, esperto consulente di diverse case d'asta francesi e il Ministère de la Culture non tardò a dichiarare l'opera tesoro nazionale. L'autografia del dipinto venne però messa in dubbio da diversi esperti tra i quali Gianni Papi e Mina Gregori, specialista del pittore, che escluse l'ipotesi che si trattasse di un'originale del Merisi.
In occasione dell'esposizione curata dallo studioso Nicola Spinosa all'Accademia di Brera nel novembre 2016 intitolata “ Attorno a Caravaggio ”, la “Giuditta ” venne accostata alla “Cena in Emmaus” della Pinacoteca di Brera del Merisi e ad altri “dipinti con attribuzioni a Caravaggio variamente accolte, contestate o assegnate ad altri pittori suoi contemporanei, tra cui tre dipinti di Louis Finson, pittore autore di numerose copie di opere del maestro lombardo”, come riporta il catalogo e il sito ufficiale della pinacoteca.
La decisione del comitato scientifico di Brera di esporre il quadro di proprietà privata e la disponibilità ad accettare l'imposizione del prestatore a riportare nella didascalia il nome di Caravaggio, portò alle dimissione dal comitato dello studioso Giovanni Agosti. Dietro all'attribuzione del quadro vincolato dal Ministero francese, infatti, vi erano forti interessi commerciali (nel 2016 la tela venne stimata dal suo promotore Éric Turquin 100.000.000-120.000.000 euro) e il rischio che il museo finisse per legittimare un'opera dall'attribuzione fortemente dibattuta, ancora in fase di studio, erano evidenti.
Nicola Spinosa che curò l'esposizione di Brera ha sempre difeso il dipinto di Tolosa ritenendolo un'originale della copia di Louis Finson conservata a Napoli nelle Collezione Intesa Sanpaolo, presso le Gallerie d'Italia a Palazzo Zevallos Stigliano.
Secondo la ricostruzione storica la “Giuditta” di Tolosa, accostabile al dipinto conservato alla Galleria d'Arte Antica di Palazzo Barberini , restò nello studio di Finson fino all'inizio del 1613, per poi essere portata ad Amsterdam insieme a un altro dipinto di cui i due erano comproprietari. Morto Finson, della tela si persero le tracce.
Durante la giornata di studi che la Pinacoteca di Brera dedicò alla “Giuditta che decapita Oloferne”, Keith Christiansen, specialista del Metropolitan Museum of New York, nella sua relazione scrisse che “il dipinto è di qualità indiscutibile”. Ma di qualità così elevata da essere di mano di Caravaggio?
La ricostruzione del corpus pittorico di Caravaggio è sempre stata difficile e gli abbagli nel corso del tempo non sono mancati: dalla “seconda versione”della “Medusa” in collezione privata, esposta al Museo Diocesano di Milano in occasione della mostra “Gli occhi di Caravaggio” nel 2011, al “Ragazzo che monda un frutto” proposto da Christie's nel 2015 e rimasto invenduto. D'altronde tutte le opere del pittore, ad eccezione della “Decapitazione di San Giovanni Battista” (La Valletta, Malta) non recano firma, così come privi di firma sono la maggior parte dei dipinti dei suoi seguaci, i Caravaggeschi. Pertanto, essendo il processo attributivo di tele anonime per lo più una questione di “occhio”, esso genera non solo costruttive divergenze di pareri tra specialisti, ma talvolta lascia spazio a speculazioni e spettacolari agnizioni.
Ora il dipinto di Tolosa, dopo il decadimento del vincolo di prelazione del Ministère de la Culture francese, potrà essere restaurato ed eventualmente offerto sul mercato.

Ritrovamenti. A passare invece inosservate sono solitamente le riscoperte poco roboanti, come il ritrovamento dello splendido dipinto su tavola eseguito nel 1553 da Giorgio Vasari per il banchiere e collezionista Bindo Altoviti. Il quadro, che raffigura un “Cristo portavoce”, è stato riconosciuto e restituito a Vasari dallo studioso Carlo Falciani.

Giorgio Vasari (Arezzo 1511 - Firenze 1574) Cristo portacroce, 1553 olio su tavola, cm. 90,8 x 71 Collezione privata

La Galleria Corsini sino al 30 giugno celebra questo importante ritrovamento, uno degli ultimi capolavori che il pittore aretino realizzò a Roma prima di congedarsi dalla città eterna per recarsi a Firenze, documentato da Vasari nelle Ricordanze: “Ricordo come a dì XX di maggio 1553 Messer Bindo Altoviti ebbe un quadro di braccia uno e mezzo drentovi una figura dal mezzo in su grande, un Cristo che portava la croce che valeva scudi quindici d'oro”. Il quadro che risulta ora in collezione privata (o forse nelle disponibilità di un gallerista italiano), rimase nella collezione Bindo Altoviti fino al 1612 quando fu acquistato dai Savoia, poi se ne persero le tracce. La scoperta è avvenuta durante un'asta svoltasi ad Hartford (Usa). Osservando una foto, Falciani ha riconosciuto il “Cristo portavoce” identificandolo nel quadro registrato da Vasari nel proprio libro delle Ricordanze.

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