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La Franciacorta riscopre il vitigno Erbamat contro il rischio climatico

Modificato il disciplinare Docg: le vendemmie anticipate a causa del caldo hanno consentito la rivalutazione di un’uva coltivata già nel 1564.

di Roberto Iotti

Silvano Brescianini, general manager Barone Pizzini e presidente del Consorzio di tutela di Franciacorta

3' di lettura

Silvano Brescianini è abituato a lanciare sfide. E quasi sempre a vincerle. Nella sua veste di socio fondatore e general manager di Barone Pizzini, vent’anni fa lanciò il primo Franciacorta da viticoltura biologica certificata. Una idea che ha fatto strada tanto che oggi oltre i due terzi dei vigneti franciacortini sono coltivati con tecniche biologiche.

Ora la nuova sfida di Brescianini, che veste anche la casacca di presidente del Consorzio di tutela, si chiama Erbamat. Un vitigno autoctono coltivato già nel 1564 e poi abbandonato per fare spazio ai più pregiati Pinot nero e bianco e Chardonnay, le basi per la produzione del Franciacorta Docg.

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Oggi il dimenticato Erbamat sembra essere la soluzione ottimale ad un problema di non poco conto: le conseguenze del cambiamento climatico. Già da molto tempo, ma con una accelerazione negli ultimi anni, l’innalzamento delle temperature estive sta progressivamente anticipando la vendemmia dei Pinot e dello Chardonnay. A discapito però dei contenuti di acidità fondamentali per la spumantizzazione con metodo classico. Già nel ’97 uno studio su 18 varietà autoctone dei territori del lago di Iseo indicava l’Erbamat come vino utilizzato in uvaggi essenzialmente per apportare acidità e finezza.

Il progetto Erbamat in Barone Pizzini prende avvio nel 2008 quando, insieme all’agronomo Pierluigi Donna dello Studio Sata, inizia la sperimentazione sull’antico vitigno. Le prime sperimentazioni sono legate all’impianto di circa un ettaro di vigneto della Barone Pizzini, declassato dai registri della Docg per permettere la coltivazione dell’Erbamat, vendemmiato per la prima volta nel 2012, degorgiato dopo 60 mesi sui lieviti, che prende il nome emblematico di Tesi 1, al quale seguiranno successivamente Tesi 2 e Tesi 3, un vino spumante di qualità metodo classico prodotto con un assemblaggio così suddiviso: 60% Erbamat, 20% ciascuno di Pinot nero e Chardonnay. Fino ad arrivare ad oggi con la nascita di Animante con Erbamat.

«L’antico vitigno è stato inserito in Animante, perchè questo vino rappresenta l'anima di BaronePizzini racchiudendo in se la natura viva di tutti i suoi vigneti - spiega Brescianini - e oggi si presenta in una nuova veste, con l’Erbamat (3%) in compagnia dei consueti Chardonnay (77%), Pinot nero (17%) e Pinot bianco (3%)».

«L’Erbamat ci ha colpiti per una condizione di quadro acidico molto stabile oltre che per il basso contenuto zuccherino, caratteristiche che – afferma l’agronomo Pierluigi Donna - se opportunamente studiate, potranno essere d’aiuto per i vini di Franciacorta del futuro. Infatti l’altra caratteristica peculiare è la tardività, che favorisce complessità e aspetti aromatici e degustativi interessanti, ma soprattutto consente un grande adattamento al global warming».

Il Consorzio di tutela del Franciacorta ha così aggiornato il disciplinare produttivo della Docg, permettendo l’uso dell’Erbamat fino ad un massimo del 10 per cento. Oltre alla Barone Pizzini, un ’altra decina di cantine franciacortine ha avviato la coltivazione e l’impiego di Erbamat, ma le superfici coltivate sono ancora limitate a un trentina scarsa di ettari. Considerando il valore di un ettaro a Pinot o Chardonnay, espiantarlo per coltivare Erbamat oggi può assumente anche il sapore di un azzardo imprenditoriale. Tuttavia, se si vuole continuare a mantenere il Franciacorta sui livelli altissimi di qualità che oggi i consumatori internazionali riconoscono, il progetto Erbamat giustifica questa operazione.

A oggi nel territorio di Iseo sono coltivati poco più di 2.900 ettari per il Franciacorta Docg, con una produzione annuale di 15/16 milioni di bottiglie. L’11% è la quota destinata all’export.

«Dobbiamo ringraziare il Centro vitivinicolo provinciale di Brescia che negli anni 90 ha intrapreso lo studio delle varietà autoctone selezionando tra vecchie vigne a pergola e di fatto salvando dall'estinzione 18 cultivar, tutt’oggi allevate nel vigneto collezione alla Bornata», aggiunge il presidente del Consorzio, Brescianini. «La strada è stata aperta - dice - la percorriamo con il solito spirito imprenditoriale che caratterizza tutte le nostre 121 cantine associate nei 19 Comuni che rappresentanto la Franciacorta».

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