macedonia tessile

La frutta è di moda: la vostra prossima borsa sarà fatta di mango o ananas

Per un’industria in costante ricerca di nuovi materiali e fibre più sostenibili, si moltiplicano le start up che li ricavano dagli scarti della frutta: ecco i casi più interessanti

di Chiara Beghelli


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Borsa in Fruitleather, pelle vegetale a base di mango

3' di lettura

Quando quest’estate gusterete un frutto, pensateci: il prossimo paio di scarpe o il prossimo cardigan potrebbero essere fatti di quelle bucce che state gettando nella spazzatura. Le fibre tessili derivate dalla frutta non sono creazioni fantascientifiche, ma sempre più complesse e confortevoli alternative a quelle di cotone e derivate dalla plastica, che hanno un potente impatto sul consumo di risorse naturali e sull’inquinamento. E i big della moda sembrano essersene accorti. Ecco i casi più interessanti.

Stivali in Pinatex della H&M Conscious Collection 2019

Ananas Amam (Ananas)
L’azienda è basata a Londra, ma lavora con coltivatori delle Filippine, ed è una creatura di Carmen Hijosa, che ha messo a punto il Piñatex, una fibra tessile derivata dalle foglie dell’ananas. Tutto è iniziato negli anni Novanta, quando Hijosa andò nelle Filippine per fare da consulente a un produttore di pellami. E si accorse di quanto inquinante fosse quell’industria. Illuminante fu l’osservazione di alcuni costumi tipici, come il Barong Tagalog, dove le fibre vegetali erano cucite nella trama del tessuto. A 62 anni Hijosa ha ottenuto un Phd in Scienze tessili al Royal College of Art di Londra, dove ha dato vita alla sua start up. Nel 2015 ha vinto il Cartier Women’s Initiative Award. Oggi le fibre di ananas vengono raccolte nelle Filippine, portate in Spagna dove sono sottoposte a una trattamento che le rende simili alla pelle animale. Nel 2018 la prima collaborazione “eccellente” per Piñatex con Hugo Boss per delle sneaker, mentre la scorsa primavera il pellame d’ananas ha dato vita a degli stivali della collezione Conscious di H&M.

Un capo della capsule Orange Fiber - Ferragamo

Orange Fiber (arance)
Dove, se non in Sicilia, poteva nascere questo progetto di trasformazione degli scarti delle arance in fibra tessile? Nel 2014 l’idea viene a due giovani catanesi, Adriana Santanocito ed Enrica Arena: Adriana ha sviluppato la fibra, molto setosa, con il Politecnico di Milano, mentre Enrica ha contribuito al progetto con la sua formazione in cooperazione internazionale, sostenibilità e comunicazione. Nel tempo al team si sono aggiunti investitori come Francesco Virlinzi e Antonio Perdichizzi, che insieme all’avvocato Corrado Blandini hanno finanziato Orange Fiber con 135mila euro. Finora la start up ha raccolto circa 500mila euro tramite business angel, fondi pubblici e grant. E ha in curriculum una capsule collection con Salvatore Ferragamo (2017) e la partecipazione alla Conscious Collection H&M di quest’anno.

Sneaker Womsh in Apple Leather di Frumat

Frumat (mele)
Proprio come le arance portano in Sicilia, seguendo le mele si arriva in Alto Adige. A Bolzano nel 2009 Hannes Parth ha dato vita a Frumat, un’azienda dove dalla lavorazione di bucce e torsoli si si ricava una pelle vegana, al 50% composta anche da poliuretano per renderla più resistente. La Apple Skin è stata di recente usata da Womsh, marchio italiano di sneaker vegane. E Frumat nel 2018 ha vinto il premio “Technology and innovation” al Green Carpet Fashion Award di Milano.

Scarpe di Tiziano Guardini con Vegea

Vegea (uva)
È una pelle inconsueta quella che ricopre gli interni della nuova Bentley Exp 100 Gt: si chiama Wineleather e deriva dagli scarti dell’industria vinicola. A inventarla è stata Vegea, azienda fopndata nel 2016 dall’architetto Gianpiero Tessitore e dal chimico Francesco Merlino, con sede a Milano. Dopo una capsule collection realizzata da Tiziano Guardini, il marchio &OtherStories, parte del gruppo H&M, ha realizzato con la pelle Vegea un prototipo, che prelude a delle creazioni vere e proprie.

    Koen Meerkerk e Hugo de Boon

    Fruitleather (mango)
    Koen Meerkerk e Hugo de Boon sono due 25enni con un disploma in Design all’accademia Willem de Kooning di Rotterdam e appassionati economia circolare. Lavorando insieme nell’incubatore Bluecity della loro città, e testando vari tipi di scarti di frutta, hanno inventato dei fogli di pelle vegetale derivata dalla lavorazione del mango. Ogni mese riescono al momento a produrre 50-70 metri quadri della loro Fruitleather. Per ora disponibile in quattro colorazioni, se ne possono ordinare dei campioni tramite il sito.

    Fibre di abaca (banano)

    Offset Warehouse (banana)
    Taffetà e seta dalla fibra di banano (precisamente dagli alberi abaca, quelli che non hanno frutti) e ananas. E si può anche lavare in lavatrice a 30 gradi. È uno dei tanti tessuti “green” prodotti da Offset Warehouse, organizzazione fondata da Charlie Bradley Ross, diplomata al Royal Collge of Arts, che acquista fibre vegetali in modo etico dai piccoli produttori di tutto il mondo. Ha fondato The Sustainable Fashion Collective, piattaforma dedicata ai creativi appassionati di sostenibilità.

    Un cardigan in fibra Nullarbor di Nanollose

    Nanollose (cocco)
    Anche il cocco può diventare tessuto: basta usare dei batteri che facciano fermentare i suoi scarti e poi lavorarli secondo una tecnologia messa a punto dall’azienda tessile australiana Nanollose. Lo scorso anno ha presentato Nullarbor, una cellulosa che nei progetti del ceo Alfie Germano potrà diventare fibra tessile da usare anche per la moda. Intanto l’italiana Crespi ha già sperimentato le proprietà dei gusci di cocco inserendone delle particelle nella sua fibra 37.5 Cocona, capace di mantenere costante la temperatura corporea, eliminando il vapore acqueo in eccesso e i cattivi odori.

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