macron e merkel

La gara a essere amici di Trump

di Adriana Cerretelli

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(Afp)


3' di lettura

Sarebbe meglio non accadesse ma se in casa, dentro la casa europea, Emmanuel Macron e Angela Merkel si scambiano sgambetti e colpi bassi con sorrisi d’ordinanza sulle labbra non stupisce più di tanto, per molti versi rientra in una consumata tradizione. Spesso da drammatizzare.

Se però il presidente francese e il cancelliere tedesco, i due pesi massimi dell'Unione, si marcano stretti alla corte di The Donald, rubandosi la ribalta per conquistarne i favori, la faccenda cambia e assume aspetti anche un po' grotteschi. Il nuovo e discusso inquilino della Casa Bianca per ora non si presenta come il migliore amico del vecchio continente, che anzi strapazza a giorni alterni. Più che farsi concorrenza in modo smaccato, almeno quando gioca fuori casa l'Europa dovrebbe ostentare unità, comunanza di visione e di strategie politiche ed economiche. Soprattutto se poi pretende anche di ergersi a interlocutore globale solido e affidabile, tanto da poter influenzare un presidente americano di rottura, di cui spesso contesta le scelte temendone l'impatto su stabilità e pace mondiale.Impossibile immaginare Francois Mitterrand e Helmut Kohl, i loro predecessori, cimentarsi in una simile gara a Washington sotto le bandiere dei rispettivi nazionalismi in competizione, esportando divisioni e debolezze di un'Unione che ha pure l'arroganza di negarle mentre le mette a nudo senza ritegno.

Crisi ed emergenze incalzano: Iran, Siria, battaglia sul clima e la tregua di Trump sui dazi per acciaio e alluminio che scade il 1 maggio. Invece di serrare le fila, l'Europa sembra ipnotizzata da un gioco perverso con se stessa. Frustrato nelle sue ambizioni riformiste, euro in primis, da un'Unione che, nonostante Brexit, le disdegna trovando nella Germania neo-nazionalista un alleato insperato, Macron prova a rifarsi degli insuccessi europei lanciandosi nella grande fiera americana delle vanità. Vuole diventare l'interlocutore privilegiato di Trump, la sua dinamica interfaccia europea sui fronti della sicurezza, della difesa, della pianificazione di nuove strategie in Iran, in Africa, in Medio ed Estremo Oriente. Grazie alla “force de frappe” conta di riuscirci colmando i vuoti aperti da Brexit sul fronte europeo dei rapporti transatlantici.

Di più spera di farlo scavalcando anche il tradizionale rapporto continentale privilegiato che, almeno fino all'altro ieri, la Germania intratteneva con gli Stati Uniti in ambito Nato. Il tutto approfittando di un cancelliere tedesco arrivato al quarto mandato di Governo indebolito all'interno e in perdita di leadership europea. E per di più finora in rapporti burrascosi con la presidenza Trump, per questioni di pelle oltre che di grossi conflitti di interesse.La febbre americana e l'ansia di protagonismo rischiano però di trascinare Macron in manovre diplomatiche spericolate. Con possibili effetti boomerang, in Europa per cominciare. Per convincere Trump a desistere dall'abbandono dell'accordo con l'Iran sul nucleare, il presidente francese ieri gli ha proposto di integrarlo con un “new deal” che ne sani le lacune denunciate dagli Stati Uniti.In concreto, la proposta prevede il blocco del nucleare iraniano fino al 2025 e oltre, l'inclusione dei missili balistici e una politica di containment dell'attivismo di Teheran in Siria, Libano, Iraq e Yemen.

Da Londra è arrivato il pieno sostegno alla linea Macron. Da Berlino invece estrema cautela, in attesa dell'arrivo domani a Washington della Merkel. Irritazione scoperta invece a Bruxelles e in Europa, che ritiene che l'attuale intesa funzioni e che la Francia si sia spinta unilateralmente oltre le posizioni discusse e concordate. Evidentemente per il presidente francese uno strappo europeo val bene una ricucitura americana. Molti temono però che non basterà comunque ad ammorbidire Trump sull'Iran. Sarebbe questa una delle ragioni della circospezione tedesca.Le altre sono quelle di sempre: la riluttanza a lanciarsi in operazioni militari sia pure circoscritte, vedi il rifiuto di partecipare ai bombardamenti anglo-franco-americani in Siria. La preminenza degli interessi economici e commerciali su tutto il resto.

Però questa logica con l'America di Trump funziona molto meno che con quella dei predecessori. Per questo oggi il volontarismo macroniano pare più gradito del realismo felpato del cancelliere. Purtroppo, e come se già non ce ne fossero abbastanza, anche queste divaricazioni americane dentro l'ammaccato ménage franco-tedesco rischiano di scaricarsi sull'Europa, complicandole la vita. Lo si è appena visto sull'Iran. Potrebbe accadere di nuovo nei prossimi giorni se non si troverà l'accordo (a che prezzo e a carico di chi dentro l'Ue?) per evitare i dazi Usa e una guerra commerciale. L'Europa continua a farsi del male con le proprie cacofonie. Peccato che non riesca proprio a evitarle.
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