politica 2.0

La gara tra Pd e Grillo è fuori dai tribunali su lavoro e povertà

di Lina Palmerini

3' di lettura

Nessun nuovo scossone per Virgina Raggi. Il tribunale civile di Roma ha respinto il ricorso sul controverso contratto tra lei e Casaleggio che prevede una penale di 150mila euro nel caso di violazione del codice etico: i magistrati non entrano nel merito di quel “patto” per ragioni processuali ma non lo ritengono causa di ineleggibilità o decadenza. E, dunque, un punto a favore per il sindaco ma i suoi problemi non finiscono con la sentenza di ieri. È comprensibile la soddisfazione di Grillo che sul suo blog scriveva «altro colpo per il Pd dopo il voto», però, lui sa bene che i colpi li sta prendendo anche la Raggi. Come ha raccontato lunedì scorso il sondaggio Ipr Marketing per il Sole 24 ore, gli errori cominciano a presentare il conto con una perdita di consensi del 23% e un penultimo posto nella classifica del gradimento sui sindaci.

Ma il duello tra Pd e 5 Stelle non si gioca solo su Roma. C’è tutto un fronte, il più sensibile nel rapporto tra politica e popolo, su cui Grillo sta giocando le sue carte mettendo in difficoltà Renzi. Quel fronte si chiama lavoro, povertà, disagio giovanile e il Movimento sta riuscendo a imporre nel dibattito nazionale alcune sue idee, la prima delle quali è il reddito di cittadinanza. Non solo. Da oggi e per due giorni i 5 Stelle presenteranno un rapporto su “Lavoro 2025” in cui si traccia un bilancio su come cambierà l’occupazione sotto la scure delle trasformazioni tecnologiche e della globalizzazione. Uno sforzo di analisi che sta un passo avanti a molti partiti e che pone al centro della politica un tema che perfino il sindacato non mette a fuoco a sufficienza. Si preferiscono battaglie vecchie di 15 anni, come sull’articolo 18, mentre si trascura di approfondire l’allarme lanciato da decine di studi internazionali che descrivono un futuro in cui verranno cancellati milioni di posti di lavoro perché obsoleti o perché si faranno fuori dai confini europei.

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Ecco, non sono tanto le carte bollate di Grillo, i codici e i contratti con penale che definiscono l’identità dei 5 Stelle ma - piuttosto - ciò che rimane nell’opinione pubblica è la capacità di individuare le nuove emergenze sociali e – possibilmente – di offrire delle soluzioni compatibili con la realtà. In quest’ottica, lo studio che presenteranno i 5 Stelle sull’occupazione dei prossimi decenni ben si concilia con l’idea di un reddito minimo di cittadinanza che dovrebbe servire proprio ad affrontare anni in cui ci sarà una perdita secca di salario soprattutto a carico di alcuni lavoratori e famiglie. Un’idea su cui anche il Pd sarà costretto a riflettere o a “inventare” una ricetta alternativa che sia più complessiva rispetto ai ritocchi già fatti e tarati sull’attuale mercato del lavoro. Al netto di alcune misure concrete adottate dalla Regione Emilia Romagna, al momento il rischio per Renzi è di essere scavalcato su temi tradizionalmente di sinistra.

Come ha fatto notare Luca Ricolfi su questo giornale il 27 dicembre scorso, il disegno di legge dei 5 Stelle viene impropriamente definito reddito di cittadinanza perché non è universale e incondizionato – costerebbe circa 350 miliardi – ma garantisce un’integrazione al reddito agganciato a una soglia di povertà di 800 euro al mese, con una spesa di circa 16 miliardi. Al di là delle definizioni, però, quello che conta in politica è riuscire a imporre i temi. E costringere gli avversari a una rincorsa. Fuori dai tribunali.

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