l’EDITORIALE

La gazzella, il bradipo e il club franco-tedesco

di Roberto Napoletano

(EPA)

4' di lettura

A dieci anni dai primi scricchiolii della grande crisi, abbiamo deciso di raccontare il mondo e l’Italia e, soprattutto, di raccontarli insieme. Siamo partiti ponendoci una domanda: perché il mondo, ovviamente in modo diseguale, è tornato a crescere e l’Italia, al massimo, cammina? Gazzella e bradipo, questa è l’Italia che Paolo Bricco descrive a fianco e nelle pagine seguenti, mette insieme il dinamismo delle nostre imprese esportatrici manifatturiere e di servizi (non tutte: una parte di esse non ha retto alla recessione, altre hanno scelto la scorciatoia della rendita, sono decedute o arrancano) e la lentezza di un sistema Paese che “zavorra” la produttività e la capacità di fare investimenti sotto il peso di fardelli burocratico-politici, mille incapacità tecniche e gestionali, il vizio ricorrente di una mentalità corruttiva diffusa. Con occhi liberi si può vedere e riconoscere la fotografia dell’Italia di oggi: è quella di un Paese che si avvia a raggiungere il livello di produttività pari a 100, segnalato dall’indice 2008 Ocse/Istat, mentre gli Stati Uniti si avvicinano a toccare i 108 punti, la Francia i 106, la Germania i 105. Come dire: il divario di produttività, negli anni della grande crisi, si è allargato ancora. La mini-ripresa degli investimenti in Italia del 2015 e del 2016 (rispettivamente +1,2 e +1,8%) si confronta con una crescita dell’intera area euro del 3% e un obiettivo del 5,3% nel 2018 per gli Stati Uniti, e fa i conti con l’eredità di cadute verticali negli anni dell’austerità mai compensate.

Questi sono i numeri che misurano l’efficacia dell’azione di governo passata e presente e dell’intero sistema Paese alle voci impresa, banche e sindacato. Ognuno deve fare di più e scommettere con intelligenza su una seria politica di fattori: rimuovere lacci e lacciuoli alla concorrenza e alla capacità di alimentare spesa produttiva pubblica e privata, assicurare una normalità fiscale di favore che aiuti a sprigionare il potenziale di ricerca e di innovazione di quel Made in Italy-gazzella che ancora resiste e dà soddisfazioni. Il disagio sociale diffuso, il divario strutturale tra Nord e Sud del Paese che si è ulteriormente allargato, richiedono conoscenza della realtà, consapevolezza dei problemi, un disegno strategico riformista in continuità e elevate capacità esecutive. Questo tocca a noi, fuori o dentro i cosiddetti populismi, a dieci anni dall’inizio della grande crisi, mentre la globalizzazione è messa a dura prova dal risorgere di troppi nazionalismi. Può aiutare mettere a confronto, prima e dopo, le due Italie e le due Germanie, le due più importanti manifatture europee tra di loro, ma anche vizi e virtù di industria pubblica/finanza francese con quelli del Made in Italy e della finanza italiani, il duello tra Usa e Europa con in mezzo gli investimenti pubblici e il nostro debito, la competizione industriale, fatta di hi tech e di manualità, tra Cina e Italia, e così via. Sono tutte tappe di un viaggio del Sole che inizia oggi e si propone di aiutare noi e i lettori a chiarirci ancora di più le idee e a capire la dimensione e la qualità delle sfide che abbiamo davanti.

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Ce ne è una, però, fuori casa che tocca il rapporto tra l’Italia e il club franco-tedesco, sulla questione bancaria europea, che viene prima di tutto e sulla quale non si possono fare compromessi: è il frutto amaro delle colpe della politica (scarso peso in Europa e “suicidio referendario” dell’ex governo Renzi) e di una debolezza tecnico-negoziale più allargata dalla quale siamo usciti troppo lentamente. Morya Longo documenta l’abnorme differenza del peso dei level 3 assets (derivati e titoli complessi privi di un prezzo di mercato e di un meccanismo per determinarlo) nei bilanci delle banche francesi e tedesche rispetto a quelli delle banche italiane, ma la Vigilanza europea della Bce continua a chiedere aumenti di capitale alle nostre banche usando il parametro pressoché esclusivo delle sofferenze e ignorando quello relativo a questa specie di “Zombie bank”, che custodisce assets illiquidi e di difficile valutazione, nella pancia dei colossi creditizi francesi e tedeschi. Il rapporto Glaser e di altri ricercatori, su 737 banche americane e europee, segnala che l’incremento della quota dei titoli Livello 3 aumenta direttamente il rischio di default.

Come fa la Nouy, presidente del Supervisory board della Vigilanza Bce, a ignorare tutto ciò? Come fa l’Europa a continuare a girarsi dall’altra parte? Perché si è consentito alle banche spagnole l’acquisto degli immobili dati in garanzia dai loro clienti con partite incagliate, di collocarle in un’altra posta di bilancio (Repossessed assets) e di pulire così il monte-sofferenze mentre noi, di opacità in opacità, rischiamo di pagare un conto ancora più salato di quello che le nostre colpe ci impongono di onorare? Il cammino della nazionalizzazione temporanea del Monte dei Paschi è pieno di insidie, ma può essere percorso fino in fondo, la strada di un aumento di capitale monstre imboccata da UniCredit riflette la cifra e l’ambizione di una grande banca internazionale, l’intervento di Ubi per le tre good-banks (Marche, Chieti, Etruria) apre scenari positivi di mercato, da seguire con estrema attenzione. Resta il fatto, però, che se vogliamo che la gazzella si liberi dal suo bradipo, dobbiamo dire in casa come stanno le cose e dobbiamo pretendere, in Europa, che le regole siano uguali per tutti. Gli altri, chi più chi meno, quasi tutti, sono usciti dal tunnel della grande crisi, noi siamo sul crinale più delicato e non ci possiamo consentire il “lusso” di continuare a “camminare” mentre gli altri hanno cominciato a correre.

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