Societa

La generazione di europeisti che aiutò l’italia a rinascere

di Valerio Castronovo

(Getty Images)

2' di lettura

Anche se potrebbe sembrarlo, non fu una fortuita congiunzione felice degli astri il fatto che l’Italia si trovò a contare, nel secondo dopoguerra, su una classe dirigente che, dopo aver ripristinato le istituzioni democratiche e provveduto, con l’aiuto degli Stati Uniti, a un’impervia opera di ricostruzione post-bellica, pose le premesse per un’evoluzione del nostro Paese all’insegna degli ideali europeisti e in sintonia con le dinamiche economiche del mondo occidentale.

Essa riuscì a conseguire questo duplice obiettivo in virtù dell’esemplare prova di compattezza e di sagacia di cui diedero prova, quanti concorsero, ognuno per la propria parte, all’attuazione degli indirizzi e dei criteri di gestione con cui gestire i relativi compiti operativi su differenti percorsi e versanti. C’è perciò più di un motivo per rilevare oggi, nel mezzo di un nuovo tornante cruciale per il futuro dell’Italia nel contesto europeo, quanta importanza abbia avuto, a quel tempo, la convergenza tanto di intenti e di competenze ed esperienze diverse per la formazione di un sentire comune e per l’elaborazione di una direttrice di marcia efficace, chiaramente percepibile.

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Di fatto, in coincidenza con l’istituzione nel 1951 della Comunità europea del carbone e dell’acciaio, Ugo La Malfa ed Ezio Vanoni furono protagonisti di una svolta significativa, in quanto il leader repubblicano, quale ministro del Commercio estero ridusse del 10% tutti i dazi doganali e il ministro democristiano delle Finanze varò, a sua volta, la prima riforma del sistema fiscale. Si delineò così una confluenza tangibile di orientamenti entro un orizzonte di valori condivisi fra due componenti politiche e culturali, che avrebbero poi ispirato costantemente l’azione dei governi sia centristi che di centro-sinistra: quella cattolico-democratica e quella laico-progressista.

Per entrambe un terreno comune di incontro fu il keynesismo; ma esse lo declinarono in base a determinate scelte e valutazioni loro proprie, strettamente connesse a specifiche esigenze e aspettative della società italiana, dovute in modo pregnante, per i cattolici, al loro disegno di tradurre in pratica i princìpi della dottrina sociale della Chiesa; e, per i laici, al loro impegno di realizzare alcune riforme economiche e sociali in antitesi ai dogmi della sinistra marxista, e ispirandosi anche all’idea di un ruolo attivo dello Stato, di regolazione nell’interesse collettivo.

È vero che una parte del mondo cattolico fu diffidente nei riguardi della causa europeista; e che i socialisti restarono per lo più arroccati sino al 1956 nello schieramento frontista. Tuttavia rimase profonda e pervasiva l’impronta impressa da una generazione di artefici della rinascita italiana, lungimirante e di forte spessore come quella costituita, da un lato, da esponenti cattolici di salde convinzioni (da De Gasperi a Vanoni, da Marcello Boldrini a Fanfani, da Saraceno a Mattei) e, dall’altro, da personaggi di notevole autorevolezza (da Parri a La Malfa, da Ernesto Rossi a Donato Menichella, da Enrico Cuccia a Raffaele Mattioli, da Cesare Merzagora ad Altiero Spinelli, da Bruno Visentini a Guido Carli). Tant’è che i contrasti di opinioni e di interessi di partito che pur costellarono le complesse vicende della Prima Repubblica non incrinarono né il quadro di riferimento politico fondativo dei nostri rapporti internazionali euro-atlantici né i singolari tratti distintivi della nostra “economia mista” fra mano pubblica e mano privata, quali vennero stabiliti nei primi anni Cinquanta.

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